L’intervista. Galimberti, il filosofo che non parla di speranza ai giovani

“I giovani di oggi non hanno né sogni, né speranze, né fiducia in se stessi. Come dice bene  Miguel Benasayag  in un libro molto bello, ‘L’epoca delle passioni tristi’,  il futuro per loro non è più una promessa, ma una minaccia. Io non so se sia proprio una minaccia, di certo non offre motivazioni: perché lavorare, studiare se il futuro non promette niente”?

E’ una riflessione lucida, assolutamente disincantata quella che il filosofo Umberto Galimberti fa sui giovani. Galimberti -professore ordinario di Filosofia della Storia e Psicologia generale all’università Ca’ Foscari di Venezia- venerdì 20 gennaio sarà al teatro Eliseo di Lonigo alla ‘Scuola per genitori’ di Confartigianato Impresa famiglia per una riflessione con tema: “I miti del nostro tempo, la società in cui i nostri figli devono vivere”.  Una società in cui per Galimberti la parola ‘speranza’ dovrebbe essere abolita perché non abbiamo creato ai giovani le condizioni per costruirsi un futuro. Una sferzata. E, forse, anche un invito: smettere di sperare, e fare.

Prof. Galimberti, è perché non vedono prospettive che i giovani cercano delle ‘vie di fuga’, che sembrano vivere solo l’attimo?

Viviamo perché qualcosa ci attrae. Se il futuro non promette niente si vive nell’assoluto presente senza guardare avanti. Se il mondo è indifferente nei loro confronti è chiaro che vivono più di notte che di giorno. E l’alcolismo o la droga, prima di essere un vizio o un eccesso, sono anestesie: un ‘non voler esserci’.    

Lei ha detto che siamo seduti su una bomba, quella della condizione giovanile e nessuno se ne rende conto. Ma come è possibile?

Perché i loro genitori sono animati da quella stupida virtù che si chiama speranza. ‘Auspico’, ‘Mi auguro’, ‘Spero’ sono parole inutili, da eliminare. Servono a consolare gli adulti e a non farli sentire in colpa per non aver saputo creare le premesse per dare ai figli un futuro. La realtà dei giovani oggi è quella del nichilismo di cui parlava  Nietzsche: manca lo scopo, manca la risposta al ‘perché’, tutti i valori si svalutano, e aggiungeva: mi capirete tra 50 anni.

I ragazzi ci parlano: attraverso le loro scelte, i video che postano in rete, la musica che ascoltano, il modo di vestire. Che pensa guardandoli, ascoltandoli?

Che c’è un livello culturale deprimente, un linguaggio poverissimo e soprattutto un analfabetismo emotivo perché non sono stati educati al sentimento.  E anche la scuola non si dovrebbe limitare a istruire, ma si dovrebbe occupare della loro base emotiva senza la quale non si distingue tra bene e male, cosa è grave e cosa non lo è.

Il velo su di loro si squarcia quando sono protagonisti di episodi gravi o si suicidano. Li si motiva con un brutto voto a scuola, un capodanno andato male e si rimane perfino sorpresi perché ‘mai si sarebbe detto’.  Perché chi sta loro intorno non sembra accorgersi del dolore che finisce per vincerli?

Perché non lasciano presagire niente, la loro base emotiva è disseccata  e tutto quello che vogliono è evitare il conflitto. Non lasciano segni perché non hanno strumenti espressivi: soffrono e non sanno neppure nominare quello di cui soffrono. La scuola per dare un nome a quel che si prova si chiama anche ‘letteratura’.  Attraverso la letteratura si può capire cos’è la gioia, il dolore, la disperazione. Ma quella che propongono a scuola è fatta di note a piè di pagina.

 Dal rapporto Eurispes 2011 emerge che  il primo desiderio dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni è una scuola che li coinvolga e invece il 40% sui banchi prova sentimenti negativi e uno su tre si annoia. Da dove cominciare per invertire la tendenza?

Non di rado i genitori si sentono dire: ‘suo figlio è intelligente, ma non ha buona volontà’. Ma non esiste la ‘buona volontà’, esiste l’interesse! E questo dipende dal carisma del professore. Non capisco perché chi è alto un metro e 50 non può fare il corazziere e chi non sa insegnare, comunicare, né appassionare può fare il professore per 40 anni. Gli insegnanti devono essere carismatici perché è il carisma che suscita la passione, la passione fa crescere il desiderio e il desiderio scatena l’applicazione.

Gli insegnanti hanno un compito importante, ma prima ci sono i genitori. Nell’adolescenza vogliono che i figli  rendano a scuola, temono che frequentino brutte compagnie, che si droghino… Un po’tardi per preoccuparsene?

L’influenza sui figli dura fino ai 12 anni poi, con la socializzazione e la sessualità, i moniti dei genitori non si ascoltano più. L’operazione va fatta prima, con il dialogo, l’ educazione al sentimento. Dopo conta l’esempio della vita dei genitori, ma la parola come monito non serve più.

 Per anni si è detto:conta la qualità, non la quantità del tempo che si trascorre con i figli. Un altro mito da sfatare?

Capisco che i genitori devono lavorare, ma l’educazione prevede una continuità: quello che conta è il tempo-quantità, non il tempo-qualità. E’ nella quantità di tempo che passiamo con loro fin da bambini che possiamo accorgerci delle loro reazioni, dei progressi e riconoscerli. E  poi, se il tempo insieme è poco, il genitore si sente in colpa e li riempi di regali, ma così estingue il desiderio che è la molla della vita.

E si finisce per proteggerli troppo? Lei ritiene necessario un ritorno ad una sorta di ‘riti iniziatici’, buttandoli nella mischia della vita. Perché è così importante?

Tutti, maschi e femmine, trarrebbero grande vantaggio da un anno di volontariato: favorirebbe una socializzazione di qualità, la creazione di legami, darebbe concretezza ad alcuni valori, farebbe emergere le loro risorse e questo spazio li aiuterebbe anche a capire cosa vogliono fare nella vita. 

Nella sua rubrica su ‘D’ di Repubblica i giovani che le scrivono?

E’ una disperazione. Mi scrivono: ‘Non venite più a parlarci in nome di niente. Che avete da dirci che non ci promettete nulla’? C’è un nichilismo assoluto, non ho nessuna speranza.

Nichilista anche lei, professore?

Non a tutto c’è rimedio. Quando dico che siamo seduti su una bomba significa: smettiamo di sperare perché non abbiamo creato le condizioni per la realizzazione dei giovani.  Quanti curricula mandano senza risposta, quanti sono i contratti precari, quanti non studiano né lavorano? Questa generazione eroderà la ricchezza accumulata genitori, la prossima … non lo so.

E per uscire dal nichilismo non vede uno spiraglio neanche in quell’ ‘Innamorarsi di sé’ di cui parla lei?

Oggi i giovani si amano narcisisticamente,  ma il vero amore di sé è questo: mi fido di me e sono sicuro di realizzarmi.

Intervista pubblicata su ‘Il Giornale di Vicenza’ il 20 gennaio 2012, pag. 7 

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13 pensieri su “L’intervista. Galimberti, il filosofo che non parla di speranza ai giovani

  1. Ars Longa ha detto:

    Carissima, Galimberti dovrebbe avere il buon gusto di astenersi dal dire certe cose. Pescato con le mani nellamarmellata a copiare libri altrui per far carriera, direi che è l’ultimo ad avere i titoli per dispensare giudizi sui giovani. Giovani che, a questo punto, molto poco hanno da apprendere da un simile esempio.
    Vedi:
    http://www.ilgiornale.it/cultura/e_copia_e_incolla_galimberti_viene_dedicato_addirittura_saggio/libri-cultura_italiana-filosofia-galimberti-copia-incolla-diritto_dautore-universit-saggio-scandalo/08-04-2011/articolo-id=516207-page=0-comments=1
    http://www.lettera43.it/cultura/21716/ca-foscari-a-galimberti-no-al-copia-e-incolla.htm
    Cosa può insegnare ai nostri figli uno che dichiara: “”probabilmente il mondo della vita mi ha sempre fatto più paura del mondo delle idee. Lo ripeto: è più facile maneggiare idee che parlare con gli uomini”. Continui a maneggiare idee, parlare con gli uomini è una questione troppo seria, per parlare ai giovani poi ci vuole ben altra trasparenza.

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  2. mdagosti ha detto:

    Ars Longa prima di chiudere la bocca a una persona come Galimberti bisognerebbe conoscere il suo pensiero, aver assistito alle sue lezioni e conferenze, ai suoi dialoghi.
    A tutti il mondo della vita fa più paura del mondo delle idee, questo il motivo del successo di tante religioni che pongono l’aldilà quale rimedio all’assurdità della vita vera in carne ed ossa. Galimberti riconosce a se stesso una paura che è propria di tutti ma che solo una persona davvero onesta con se stessa può riconoscere.
    Caro Ars Longa, qualsiasi cosa Galimberti abbia fatto nei suoi libri, quando si parla del suo pensiero e quindi di una sua intervista, andrebbe criticato nel merito…

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    • Ars Longa ha detto:

      Mi stupisco sempre quando vedo emergere le stranezze della comunicazione via web. Nel caso specifico, mi stupisce e mi diverte lo ammetto, che ci sia ancora qualcuno che fa il passo falso del “lei dovrebbe …”, nel buio totale di ciò che, l’interlocutore sconosciuto, ha fatto. Sarà quasi un trentennio che – non sempre volontariamente – mi tocca seguire in lezioni, conferenze e svariati show le prodezze di Galimberti. La rassicuro: conosco bene il soggetto di cui parlo. Non dico di conoscerlo meglio di lei, perché non so chi lei sia, ma, mi creda conosco molto bene ciò che Galimberti va dicendo suppergiù – come dicevo – da un trentennio. Lasciamo perdere l’asserzione secondo la quale “A tutti ….” etc. Già un “ipse dixit” chius dentro quel “tutti” mi impedisce di commentare: l’apodittica nel pensiero mi crea qualche difficoltà. Perciò non entro nel merito, perché – a mio umile parere – la porta per entrarci è già viziata. Il problema gentile mdagosti (non uso “caro”, mi da fastidio usare in senso retorico qualcosa che uso per gli amici e i parenti, spero mi scuserà) non si può liquidare con un “qualsiasi cosa Galimberti abbia fatto nei suoi libri”. Quel qualcosa è, purtroppo, tanto ingombrante da non poter essere archiviato così su due piedi. Vogliamo citare i brani copiati dal lavoro di Giulia Sissa (copiatura pubblicamente ammessa da Galimberti), vogliamo citare la copiatura del lavoro di Guido Zingari (con il quale Galimberti trova un accordo privato perché la cosa non abbia uno strascico), vogliamo parlare di quanto è stato copiato dal bravissimo Salvatore Natoli? Vogliamo parlare dell’imbarazzo di quella commissione che gratificò il nostro eroe del titolo di ordinario? O dell’imbarazzo dell’Università di Venezia che dopo tre anni si è risolta a richiare ufficialmente Galimberti? Vede, queste per me non son cose di poco conto. Altrove, in altre nazioni, un docente che fosse incappato in una simile vicenda avrebbe mestamente dato le dimissioni dal suo incarico e, se non lo avesse fatto, sarebbe stato costretto a farlo dall’istituzione. Quando nel luglio del 2010 l’Indice dei Libri del Mese pubblico l’imbarazzante anatomia de “I miti del nostro tempo” dalla quale (testo allamano) se ne deduceva il riciclo di materiale già pubblicato altrove e per un quarto la copiatura di frasi e concetti altrui, pensai che presto, in un sussulto di dignità, si sarebbe dimesso. Mi sbagliavo. Lei mi dice che quando si parla del “suo pensiero e quindi di una sua intervista, andrebbe criticato nel merito”. Ed io le dico: ha ragione. Ma criticare nel merito Galimberti è difficile perché non si sa con esattezza a chi appartiene realmente il pensiero che esprime. E’ imbarazzante criticare nel merito il pensiero di chi sin dal 1986 copia il pensiero altrui. Se avrò la certezza di avere di fronte un pensiero autenticamente partorito dalla mente di Galimberti allora potrò, nella situazione attuale, credo non sia umanamente possibile.

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  3. mdagosti ha detto:

    “Non caro” Arl Longa.
    Sono sempre contento di confrontarmi con persone che cercano di argomentare davvero, quindi, lo dico sinceramente, la sua risposta mi interessa molto, per quanto mi sembra sia un tentativo di aprirsi che immediatamente rifugge in una chiusura a priori.
    Nonostante tutto quello che lei dice, continuo a chiedermi cosa ne pensa lei dei concetti espressi da Galimberti nell’intervista.
    Che l’intervista rispecchi un pensiero autentico di Galimberti oppure sia solamente il frutto di una rielaborazione personale a partire da altre menti?
    Non lo so.
    Ma anche il mio stesso pensiero attuale (o persino il suo, “non caro” Ars Longa), è davvero qualcosa di assolutamente autentico ed originale, o non è che il frutto di tutte le esperienze soggettive di vita, letture comprese?
    Sarebbe così facile limitarsi a leggere le singole risposte dell’intervista e discuterle, criticandole anche, ma senza sopprimerle in partenza in quanto dette da una persona che “non ha titoli per dispensare giudizi…”. E chi dispensa quest’altro giudizio?
    Sarebbe così importante parlare di giovani e di crisi adolescenziali e di nichilismo, anziché arrovellarsi in questioni personali.
    Se desidera, d’altra parte, continui a parlare di Galimberti, io per parte mia preferisco parlare del mondo della vita, che lei a parole sembra non temere (e guai a chi suggerisce il contrario), ma da cui con i fatti, proprio in questo stesso modo di “non dialogare”, pur dialogando, sembra fuggire…

    Matteo

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    • Ars Longa ha detto:

      Gentile mdagosti,
      Entro certi limiti siamo tutti nani sulle spalle di giganti, come diceva Bernardo di Chartres, e quindi, entro certi limiti, l’espressione del nostro pensiero è legata alle pregresse esperienze. Ciò posto, quando mi pongo in dialogo mi preme avere chiarezza sulla paternità dei pensieri e delle argomentazioni che ascolto. Rimanendo nella citazione: mi piace capire se discuto con il nano o con il gigante sulle cui spalle il nano s’è arrampicato. In più un conto è “rielaborare”, un conto è citare testualmente, ovvero sia copiare, citando o non citando le fonti. Come ho già scritto si è ampiamente dimostrato che sin dal 1985 Galimberti ha sviluppato una tecnica che prevede la citazione del pensiero altrui non solo e non tanto come “rielaborazione” ma come “appropriazione”. Tecnica che a me – ma sono in buona compagnia – pare intellettualmente discutibile. Sbaglia se pensa che io “mi arrovelli in questioni personali”: non c’è nulla di personale, Galimberti è persona squisita e di vasta cultura. Ma qui non sono in questione le qualità dell’uomo, semmai l’assai riprovevole metodologia da lui adottata per la costruzione dei suoi testi. Ed è questa metodologia galimbertiana che mi impedisce di capire se, discutendo le affermazioni di Galimberti, si sta parlando con Galimberti oppure con Natoli, Zingari o Sissa. Non è una mia scelta parlare “di” Galimberti, perché a causa di questa metodologia censurabile adottata da Galimberti mi (ma so che molti condividono il mio disagio) è divenuto oggettivamente impossibile parlare “a partire da ciò che” Galimberti afferma. Semplicemente perché non si sa se Galimberti sta citando altri o sta esprimendo il suo sentire (legittimamente derivato da tutte le esperienze intellettuali e biografiche della sua vita). C’è una bella differenza tra il rifuggire dal dialogo e chiedere che sia – preventivamente – chiaro con chi, realmente, si sta discutendo.
      Forse non le è giunta notizia che, in coincidenza temporale con l’inchiesta dell’Università su Galimberti, Ca Foscari ha istituito una nuova norma obbligatoria per i laureandi. Chiunque voglia conseguire il titolo di laurea a Ca’ Foscari deve sottoporre il proprio elaborato ad un programma elettronico creato per rilevare le citazioni omesse, le copiature e quant’altro. Pare dunque sia importante per Ca’ Foscari capire quanto in una laurea sia “il frutto di una rielaborazione personale a partire da altre menti” e quanto sia invece frutto della elaborazione originale del laureando. Ora, spero ne converrà, se Ca’ Foscari vuole dai suoi studenti chiarezza sulla paternità dei pensieri questo desiderio di distinguere ciò che dice il nano e ciò che dice il gigante non è poi così peregrino. E, nella mia modesta posizione, lo faccio mio non solo rispetto a ciò che Galimberti scrive, ma rispetto a ciò che tutti scrivono o affermano. Insomma, condivido con Ca’ Foscari l’idea che qualcosa di originale anche il nano possa produrre e vorrei avere il piacere di poterlo individuare con chiarezza. Non mi pare di chiedere troppo o di chiedere qualcosa di illecito.
      Se il tempo e gli impegni della vita, nel cui mondo trascorro i giorni senza paure galimbertiane, me lo consentono posso volentieri discettare di giovani, di crisi adolescenziali e (persino) di nichilismo. Preferisco farlo senza il dubbio che il mio interlocutore sia diverso da quel che mi sta parlando. Cerco di evitare i convitati di pietra, perdoni questa mia debolezza, la prenda pure come si prende la bizzarria di un anziano studioso che, se vuole parlare con qualcuno, vorrebbe ascoltare (pensi lei che pretesa!) quel qualcuno e non parole o concetti presi a prestito da qualcun altro. La senilità gioca amari scherzi, a me ha regalato questa evidentemente rigida pretesa. Ognuno ha i suoi limiti nel mondo della vita.

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