Dalla laurea al Cern in meno di un anno. Ecco come.

 Ha 25 anni, è già sposato e crede nel futuro di chi sa rendersi appetibile per il mondo del lavoro. Non ha nulla di eccezionale, tranne la volontà e  la  consapevolezza che per farcela è necessario uscire prima possibile dalla propria ‘zona di comfort’ 

Giordano Lilli ha 25 anni, è un ingegnere meccatronico e, fatto piuttosto singolare ai giorni nostri, è pure già sposato. Non ha fatto in tempo a laurearsi che è stato subito assunto a tempo indeterminato in un’azienda italiana in crescita. A questo punto, milioni di ragazzi si riterrebbero già estremamente fortunati. Lui invece quell’impiego l’ha lasciato otto mesi dopo per un incarico di due anni al Cern di Ginevra (e no, non aveva alcuna ‘spinta’ dall’alto). Certo, la sua storia è rara in un mondo in cui è sicuramente molto difficile trovare un’occupazione decente, ma non è unica. Se  va raccontata è per ridimensionare chi quei giovani li frustra ancora di più insistendo sul tagliare le ali ai sogni delle nuove generazioni parlando di giovani che non hanno futuro e per i quali è impossibile solo pensare di farsi una famiglia. Va raccontata per offrire una speranza, un orizzonte possibile. Va raccontata soprattutto perché è una storia straordinaria nella sua normalità. Giordano, per sua stessa ammissione, non ha capacità superiori alla media, proviene da una famiglia semplice (mamma maestra, papà impiegato di banca), non ha goduto di alcuna raccomandazione. Quello che sicuramente di eccezionale c’è in lui è però l’impegno, la volontà, la tensione a cercare sempre il meglio. Prima di tutto da se stesso.

 

Giordano Lilli al Cern

Giordano Lilli al Cern

I bei voti me li sono sudati

“Non ho fatto nulla di singolare –si schermisce subito Giordano- non sono nemmeno particolarmente intelligente, i voti a scuola me li sono sempre sudati. E poi sono stato fortunato ad avere una famiglia che mi ha sempre sostenuto. Lavorare al Cern era il mio sogno e ci sono arrivato perché  qui non ci lavorano solo ricercatori; in relazione agli esperimenti, il personale da 2500 addetti può arrivare a 12.000 e si cercano posizioni di tutti i tipi: dagli amministrativi ai vigili del fuoco, agli avvocati; come chiunque, ho presentato la mia domanda e sono riuscito ad ottenere un incarico di due anni nell’ambito di un gruppo di lavoro che si occupa di robotica per misurazioni e riparazioni a distanza nel tunnel dell’acceleratore LHC; durante gli esperimenti, infatti, diventa radioattivo e non vi si può accedere”. Giordano è originario di Orgiano, un paesino immerso nelle campagne del basso vicentino. Il suo percorso inizia al liceo scientifico Dal Cero della vicina S. Bonifacio, ed è lì che comincia a capire cosa fare da grande, grazie ad un professore vero, uno di quelli  che sanno appassionare. “Giordano dopo il liceo sceglie ingegneria meccatronica, frequenta a Vicenza, sede staccata dell’università di Padova. Eppure, non mancano le incertezze. Tutto normale. La via che porta a capire ciò che vogliamo essere quasi mai è lineare, più spesso è costellata di interrogativi, di dubbi. Dubbi che però Giordano supera, passando dallo studiare al fare, cogliendo occasioni, sfidando se stesso, uscendo dall’ area protetta fatta di giorni sui libri, esami e voti da aggiungere al libretto universitario.

 

La svolta: dalla teoria alla pratica

“Non ero del tutto convinto del percorso di studi intrapreso –ammette Lilli- ma è cambiato tutto quando ho potuto finalmente mettere in pratica quello che avevo studiato, libri e libri di teoria. Alla fine della laurea triennale il prof. Roberto Oboe ha proposto di partecipare alla Freescale cup, un progetto europeo di robotica.  Abbiamo accettato solo in 3 su 30 studenti e per otto mesi abbiamo lavorato con tale passione da saltare le lezioni.  Alla fine però, a Parigi, ci siamo classificati terzi su 29 università, una soddisfazione incredibile perché eravamo partiti dal nulla! Solo il caricabatterie degli universitari tedeschi valeva più di tutta la nostra attrezzatura, noi però li abbiamo surclassati con la creatività. Poi, sempre il prof. Oboe, ci ha proposto un progetto per la realizzazione di uno speciale guanto per la riabilitazione post-ictus. Si trattava però di trasferirsi qualche mese in Giappone”. Solo Lilli e un suo compagno accettano la sfida e, per non pesare completamente sulla famiglia, Giordano sospende per un mese gli studi universitari, ci dà dentro con l’inglese e ottiene la certificazione necessaria per accedere alla borsa di studio di 3000 euro di Confindustria Vicenza.

 

Fondamentale l’esperienza all’estero

“In Giappone –sottolinea Lilli- ho capito che la capacità di adattamento è determinante, che la qualità della nostra istruzione è elevata e che, a differenza di altri, noi italiani sappiamo valutare i problemi da più angolazioni e trovare le soluzioni. Ho imparato a cavarmela da solo, anche nel costruire la tesi, lo stesso progetto iniziale è stato stravolto ma mi sono adattato, non potevo perdere tempo: a gennaio 2015 sono tornato e ad aprile mi laureavo”. Laurea, naturalmente, col massimo dei voti. “Però–assicura- ho dovuto impegnarmi molto di più di compagni più bravi di me. Ho rifiutato anche il 25 dell’ultimo esame, studiando un mese intero per ottenere un 26, un mese a sgobbare sui libri per quel solo punto in più necessario per la lode, ma la ritenevo importante per il mio futuro”. E in effetti, tramite gli eventi che mettono in contatto aziende e studenti dell’università di Padova, è subito assunto in Athonet, una società di Bolzano vicentino fondata una decina di anni fa da giovani ingegneri che avevano in mente di portare reti internet di emergenza nelle zone più remote e disagiate del mondo.

Giordano e Martina

Giordano e Martina

Rendersi appetibili per il mondo del lavoro

“Quando è arrivata la risposta del Cern mi è dispiaciuto moltissimo lasciare Athonet ma i titolari, pur tentando fino all’ultimo di trattenermi, hanno capito: ‘Se si tratta di sogni – hanno detto – noi sappiamo cosa significa’. La procedura per inoltrare domanda al Cern –racconta Giordano- è molto lunga e molto dettagliata. “Ho impiegato due settimane a compilarla e la prima volta non sono riuscito ad entrare. Due settimane prima del matrimonio però, nel settembre scorso, avevo tutto pronto e così ho deciso di ripresentarla, senza molte speranze. A novembre ho saputo che era stata accettata, non ci potevo credere! Mi sono trasferito a gennaio con mia moglie, Martina, che mi ha accompagnato in questa avventura prendendo un’aspettativa dal lavoro. Sono contento, ma ben consapevole che sono solo agli inizi”. Giordano sa di avere un contratto a termine e molta strada davanti per affermarsi, ma se si parla di giovani e di opportunità di lavoro dice: “Certo,  oggi è difficile trovare un lavoro, ma non è impossibile. Non è vero che non ci sono possibilità, è che bisogna costruirsele rendendosi appetibili per il mondo del lavoro. Quando mi hanno assunto in Athonet non sapevo nulla di reti mobili, ma hanno premiato la mia disponibilità a imparare e il mio percorso di studi anche all’estero. E poi non conosco persone di talento che non lavorino”.Si ferma un attimo, e poi aggiunge: “E’ anche vero che molti miei compagni di università d’estate si concedevano due mesi di riposo, io due mesi di vacanza non so cosa siano; con tutti i progetti che avevo in ballo ero sempre in affanno per recuperare esami…”.

 

A pranzo con Fabiola Gianotti

Il Cern, Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire, è il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle. Eppure, a caratterizzare i rapporti tra chi vi lavora è un notevole grado di informalità tipico di tanti altri luoghi della scienza e della tecnologia, un’informalità funzionale alla ricerca stessa perché ridurre le distanze amplifica le possibilità creative.  “Appena dopo che la mia domanda era stata accettata –spiega Giordano Lilli- mi ha scritto il capo del mio gruppo di lavoro firmandosi semplicemente ‘Marco’ e dicendomi che non vedeva l’ora che cominciassi a lavorare con loro. Qui la gerarchia non si nota affatto. In mensa gli ultimi arrivati possono ritrovarsi a pranzare a fianco di luminari della fisica o a Fabiola Gianotti, direttrice generale del Cern, come mi è capitato. Non ho avuto il coraggio di salutarla, però –ammette Giordano Lilli- ma conto di farlo visto che viviamo entrambi nello stesso paesino, Thoiry, e prima o poi ci incroceremo”. (cz)

@cinziazuccon

Pubblicato il 15 aprile 2016 su Il Giornale di Vicenza pag. 24.

 

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L’amore viene prima dei diritti. E può solo essere donato.

Possiamo davvero rivendicare un diritto alla genitorialità  senza porre limiti alla decisione di generare una nuova vita? Una questione che non riguarda solo le coppie gay.

Nichi VendolaNon ho dubbi che Tobia sarà sicuramente circondato dall’amore di Vendola e del suo compagno. E’ così per qualsiasi coppia abbia molto desiderato un figlio e alla fine lo abbia tenuto tra le braccia superando molte difficoltà. Questo aspetto non è nemmeno in discussione.

Il tema, in questa vicenda, è tutto concentrato sui diritti: il diritto di due uomini (o di due donne) che si amano ad avere un figlio, il diritto di una donna ad affittare per scelta (si spera) il proprio utero.

E i diritti del soggetto più fragile? Che parte hanno i diritti del bambino?Non si tratta solo di stepchild adoption, oggi pìù che mai urgente e già stralciata dal provvedimento che finalmente riconosce alle coppie gay diritti sacrosanti sui quali l’Italia è in terribile, colpevole ritardo.

Non si tratta, peraltro, di farne solo una questione ideologica di diritto alla genitorialità delle coppie omosessuali.

La metà del patrimonio genetico dei bambini di coppie gay viene acquistata, la verità è questa. Nei casi più complicati, sia per le coppie gay che etero, si tratta di acquistare tutto il patrimonio genetico.  C’è un fiorente mercato degli ovuli e dello sperma. Si decide consapevolmente per questi bambini, da prima che nascano, che non saranno cresciuti dalle loro madri o dai loro padri che non lo avevano come scopo perché, oggettivamente, sono stati concepiti come fonte di profitto.

Certo, qui ora si apre la questione che di bambini che vengono al mondo non per scelta ma per sbaglio è pieno il mondo, che ci sono coppie etero indegne di  allevare figli eccetera eccetera. Tutto vero. Inoltre, la scelta ha fatto enormi progressi, se vi facciamo ricorso per curare le persone e per opporci alla morte le opportunità offerte dalla scienza devono valere anche per favorire nuove vite. Ma il punto è: fino a dove è lecito, è etico, è giusto spingersi?Possiamo davvero in nome dell’amore che intendiamo offrire non porre limiti alla decisione di generare una nuova vita?

Perchè l’amore, se ha una caratteristica, è quella della gratuità: non si compra e non si vende. E’ un dono. E se parliamo di far venire al mondo un bimbo come un atto d’amore abbiamo il dovere di non dimenticarlo.

Se il concetto del dono vale per un rene, per il proprio midollo, perché questa caratteristica della gratuità non dovrebbe valere a maggior ragione per un ovulo, per degli spermatozoi? O possiamo giustificare tutto in nome dei diritti degli adulti e dell’amore nel quale verrà cresciuta questa nuova vita? Siamo sicuri che basterà a quel bambino quando avrà la consapevolezza di essere stato concepito in questo modo?

E soprattutto: chi siamo noi per decidere che un bambino, non in conseguenza a situazioni familiari gravi, ma ‘ex ante’, sia privato della madre o del padre biologico? E’ un atto d’amore o di egoismo?

Perché se l’esigenza vera e profonda è quella di essere una famiglia, e di dare amore, allora forse varrebbe la pena creare le condizioni per accogliere quei bimbi che già sono venuti al mondo e che i genitori li hanno persi o che sono stati abbandonati. Battersi insieme per le adozioni perchè questi bambini vivano tra chi può garantire loro serenità e amore e non importa che siano due mamme o due papà, una coppia etero o dei single.

Questo sarebbe un atto d’amore: mettere la felicità altrui prima dei propri diritti.

Nient’altro.

@cinziazuccon

cryptolocker

Sequestro dei dati, siamo tutti a rischio.

Rivuoi i file del tuo computer? Allora paga.

Fondamentale proteggersi dal primo attacco. 

Aziende, banche, commercialisti, enti pubblici, associazioni di categoria, professionisti e privati cittadini. Non si salva nessuno. Il sequestro dei dati informatici a scopo di riscatto  può colpire chiunque. Nelle aziende, in particolare, è necessario proteggersi non solo con sistemi adeguati, ma anche formando i propri dipendenti per evitare comportamenti che possano favorire attacchi di pirateria.

Carlo Alberto Sartor, tecnico della sicurezza e della diagnosi dei sistemi informatici che in più occasioni è stato anche consulente del tribunale, parla di una realtà preoccupante. “Il fenomeno –spiega- sta assumendo proporzioni enormi ed è esteso quanto sommerso; nella stragrande maggioranza dei casi infatti questi attacchi non vengono denunciati per evitare possibili azioni legali da parte di clienti che possono rivalersi sulle aziende perché i loro dati sensibili non sono stati adeguatamente protetti”.

Si chiama ransomware il software che cripta i dati del computer o li rende inaccessibili grazie ad una password impossibile da indovinare. “Gli hacker più esperti –spiega Sartor- usano password di 2048 caratteri, quelli meno bravi da 256. Sulla schermata del computer appare la richiesta di riscatto e, a seconda di quanto valgono le proprie informazioni, si tratta di qualche migliaia di euro fino a centinaia di migliaia di euro. I pirati informatici chiedono di essere contattati attraverso una mail, ma alcuni sono talmente organizzati – aggiunge Sartor- da aver istituito dei veri e propri call center. Affichè i pagamenti non siano tracciabili vengono richiesti in più tranche sotto i mille euro da appoggiare su svariati conti stranieri. Più che di individui singoli –aggiunge- si tratta spesso di vere e proprie organizzazioni criminali che operano per la maggior parte dall’Est Europa. Dai Paesi stranieri, dove le maglie della legge sono più larghe, fanno partire i loro attacchi anche gli hacker italiani”.

 

Carlo Alberto Sartor

Carlo Alberto Sartor

Per ritornare in possesso delle proprie informazioni naturalmente c’è chi paga. Non tutti, infatti, hanno un’adeguata procedura di backup secondo le regole della tutela della privacy per recuperarli senza danni. “Non solo –aggiunge Sartor- c’è chi per incompetenza o pigrizia non esegue un sistematico salvataggio dei dati. Tuttavia, se i sistemi informatici sono stati ben allestiti, in alcuni casi si può comunque aggirare il blocco recuperando le informazioni attraverso l’utilizzo di programmi forensi”. Una volta recuperati i dati resta però il problema che possano essere stati copiati. Immaginate, ad esempio, il danno che può subire un’azienda cui viene rubato un progetto su cui aveva molto investito e che attendeva solo di essere brevettato. “I dati dei nostri computer –spiega ancora l’esperto – sono un po’ come il maiale: non si butta via niente perché ciò che non serve ad un pirata informatico può servire ad un altro in un fiorente mercato di scambio e vendita di informazioni. Per questo chi ha subito un primo attacco è esposto ad altri”.

Diventa dunque importantissimo evitare il primo attacco informatico. “ Firewall adeguati, protezione delle comunicazioni wireless dalle intercettazioni, una robusta procedura di backup o salvataggi su servizi cloud che non vanno mai scelti solo in base alla convenienza, vigilanza sui propri fornitori di sistemi e uso di software originali poiché sono proprio gli hacker a immettere sul mercato quelli gratuiti per introdursi nei computer: questi –spiega Sartor- sono accorgimenti di minima che, tuttavia, non tutti adottano. E’ sorprendente, ad esempio quanto poco si presti attenzione al backup, anche nelle aziende.  La sicurezza informatica, però, è data da un’insieme di azioni che debbono tenere conto del fattore umano. Per questo è fondamentale formare il personale sui comportamenti da tenere in rete o su come riconoscere azioni sospette per carpire informazioni importanti. In alcuni casi è da considerare anche l’impiego stabile di un esperto che monitori costantemente la sicurezza informatica”. E se qualcuno si inserisce nei nostri sistemi? “Non fate nulla –ammonisce Sartor-. Qualsiasi tentativo di recuperare i dati complicherebbe solo il lavoro dell’esperto”.

 

Pubblicato su ‘Il Giornale di Vicenza il 12 luglio 2015′ pag. 16

L’Europa matrigna che dobbiamo cambiare

Non c’è nessun concetto di ‘Unione’ in questa UE. Che il referendum di oggi ci aiuti a cambiarla.

Conosco un’ Europa che per anni ha stabilito quanto latte dovevamo produrre, la lunghezza e il calibro ‘giusti’ di frutta e verdura e persino la curvatura del cetriolo. Un’ Europa che ancora oggi mantiene standard sulle caratteristiche per la commercializzazione di buona parte di prodotti ortofrutticoli.

Un’ Europa che ci diffida perché dovremmo permettere di produrre formaggi col latte in polvere.

Un’ Europa che legifera dalla parte delle multinazionali del food e dell’abbigliamento.

Un’ Europa economicamente integralista ma indifferente alle sofferenze che genera il suo rigore e che abbandona a se stesso il suo sud invaso da migliaia di disperati e che quando interviene lo fa troppo tardi e con misure di minima e solo perchè i morti sono davvero troppi per ignorarli.

E’ vero, senza questa Europa l’Italia e tanti altri Paesi avrebbero continuato la loro allegra gestione senza preoccuparsi dei debiti e non saremo stati sollecitati, ad esempio, su più equilibrate politiche di genere o l’introduzione del reato di tortura e leggi più stringenti contro la corruzione.

Ricordate? Quando eravamo bambini piantavamo alberi nelle scuole per una idea di Europa gioiosa, florida che immaginavamo come una grande comunità cui appartenere.

Forse erano gli alberi della fiaba di Pinocchio sotto i quali, noi inconsapevoli, erano state sotterrate monete nella convinzione che si moltiplicassero. Ma era un inganno.

Perchè quella di cui abbiamo fatto esperienza è l’Europa dell’ euro e delle banche, strutturata sulle esigenze delle grandi imprese dove i più forti dettano legge. E non può avere futuro se impone, non i sacrifici che pure sono necessari, ma li struttura in modo da seminare sofferenze  e divisioni. Apparteniamo a questo continente, ma questa non è l’Europa che vogliamo. Non c’è nessun concetto di Unione in questa Ue. E’ un’entità geografica ed economica, nulla di più.

L’ Europa deve il suo stesso nome alla Grecia . E oggi, che là dove il continente ha le sue radici si decide il suo futuro, sembra una nemesi.

Tra i vari significati del nome Europa, si legge su Wikipedia,  c’è anche quello di ‘occhio’, inteso come ‘ampio sguardo’,  interpretazione che era anche un appellativo della luna piena associata, presso diversi popoli antichi, alla divinità primordiale nota come Grande Madre.

Altro che ‘ampio sguardo’. Questa Europa è miope. E non è Madre, è matrigna. 

L’auspicio è che Merkel e co. non reagiscano col pugno di ferro per quello che considerano il pericoloso pericoloso precedente della vittoria del No nel referendum greco che (finalmente) li mette in minoranza.  Il rischio reale  è che colpiscano definitivamente a morte un Paese, la Grecia, per educarne 100.

Tsipras sa che sta giocando d’azzardo, che sta rischiando tutto per rimettere in sesto un Paese pur pieno di colpe per la folle gestione dei propri conti negli anni passati. Ma in gioco non c’è solo il futuro della Grecia,  ma un’idea diversa di Europa.

Che il referendum di oggi ci aiuti a cambiarla. Perchè dell’Europa, e di un’Europa nuova, abbiamo bisogno.

Buona fortuna, Grecia.  Buona fortuna a tutti noi.

 

@CinziaZuccon

 Fb

 

 

La teoria di Hawking e la realtà dell’amore

Quanto può durare un amore, quanto può resistere alle prove che la vita impone anche quando queste erano attese, deliberatamente scelte? Quando è ora di lasciarsi?

E’ a queste domande che, sorprendentemente, ho trovato una risposta vedendo il film di James March ‘La Teoria del Tutto’, la storia di Stephen Hawking  tratta dal libro della moglie Jane. Nella vicenda umana del grande astrofisico spicca infatti l’anatomia di un amore.

Da qui in avanti ci sono spoiler, regolatevi…

A soli 21 anni a Stephen Hawking, promettente matematico, viene diagnosticata la distrofia muscolare progressiva. Davanti, solo due anni di vita da consumarsi in una lenta agonia: una mente geniale destinata a rimanere intatta in un corpo che la malattia avvilupperà in cerchi sempre più concentrici, immobilizzandolo. Jane, vincendo le resistenze dello stesso Stephen, lo sposa.

L’accettazione della malattia, l’amore che hanno l’uno per l’altra e la tenacia di entrambi compiono il miracolo di regalare loro tre figli e una vita piena. La mente di Stephen, il suo spirito indomito, la sua sottile ironia gli permetteranno di andare oltre la gabbia del corpo tanto da affermarsi come uno degli scienziati più noti al mondo. E’ lui il centro della  vita di Jane e lei mette da parte aspirazioni e non misura la fatica, sempre più gravosa, di assisterlo. Solo dopo anni di matrimonio Hawking è infatti disposto ad accettare qualcuno in casa che le dia una mano. E’ il giovane maestro del coro della chiesa, da poco vedovo, con il quale Jane apre dentro se stessa il varco alla possibilità di una vita diversa.

Lo si intuisce solamente, perchè è un amore non detto, non vissuto. Un amore che conosce il limite del dovere, il confine imposto dal rispetto, l’imperativo delle promesse da onorare. Un amore che mette in secondo piano il proprio bisogno per un bisogno più grande, quello di Stephen e della famiglia. Un amore da soffocare sottraendo parole, evitando sguardi e scegliendo, alla fine, la separazione, la distanza, e con esse il seppellimento di possibilità e desideri che finiscono per spegnere luce negli occhi di lei.

Eppure, sarà proprio Stephen, alla fine, a decidere di lasciare Jane per cominciare una nuova vita in America con un’altra donna. E’ l’infermiera che lo assiste e con la quale si crea presto quell’empatia che con Jane non c’è più, quella complicità che la vita ha usurato. Il modo in cui lo comunica a Jane è di una sorprendente naturalezza. Forse solo un fisico, solo un uomo così pragmatico può renderlo tanto semplice, dolce persino.

Non servono molte parole per spiegare la fine di un amore. Finisce. Punto.

Le persone si incontrano, si amano si donano l’una all’altra in pienezza e nello stesso tempo, inconsapevoli, assolvono al loro compito con noi e noi con loro. Possono dedicarci l’intera esistenza e, nonostante questo, è giusto lasciarle. O lasciarle andare. E la cosa straordinaria è che si può farlo con amore e per amore.

Nel modo in cui Stephen comunica alla moglie che la lascerà per un’altra emerge questa semplice verità nella sua incontrovertibile chiarezza, come l’ esatta, lampante  bellezza del risultato di un’equazione nella quale le incognite non ricomprendono mai i limiti imposti dall’ egoismo o dall’ obbligo. Con gli occhi le sta dicendo: sei nel mio cuore e resterai il mio bene, insieme abbiamo fatto qualcosa di meraviglioso. Sono grato all’amore, quello che ho avuto per te e che tu mi hai donato e che mi ha permesso di raggiungere traguardi meravigliosi. Comunque sia non ci perderemo, ma è il momento di andare oltre per il bene di entrambi.

E’ nuova vita per lui che dà nuova vita a lei.

L’amore non si crea né si distrugge. Si trasforma e ci trasforma. Può durare nell’infinito dei nostri canoni, oppure no.

Come nella teoria di Hawking, anche per l’amore il tempo è un concetto immaginario. L’amore non  conosce il tempo, è eterno nella misura in cui è parte del flusso della nostra evoluzione, del tutto in cui siamo immersi e che, spesso, ci ostiniamo a non voler vedere.

Fino a quando non è il momento.

@CinziaZuccon

 Fb

 

dis

Adottate un digital disruptor (prima che faccia a pezzi il vostro business)

Si chiamano ‘digital disruptors’ e introducono trasformazioni radicali nella società, nelle imprese. Lo fanno attraverso la comunicazione o con  le loro idee capaci di travolgere aziende e organizzazioni. Avvertono bisogni emergenti e si inventano soluzioni per migliorarvi la vita mentre, allo stesso tempo, minano vecchi modelli di business.

Qualche esempio? Uber, incubo di tutti i tassisti, ogni mese genera 50 mila posti di lavoro nel mondo. O Airbnb, inventato da un gruppo di ragazzi  californiani, guadagna sull’intermediazione di alloggi privati prestati  per le vacanze (un milione di annunci sulla piattaforma) e solo a Parigi lo scorso anno ha sottratto al mercato degli hotel 200 milioni di euro. Per non parlare dei giovani francesi che, stufi di pagare il trasporto pubblico, hanno sfornato la app gratuita Blablacar per offrire o dare passaggi in auto; oggi è già ad un nuovo round di finanziamento grazie ad altri 100 milioni ottenuti per sviluppare il business in tutto il mondo. Senza contare WhatsApp o i nuovi sistemi di pagamento tramite smartphone come Square. O Stripe, inventata da ragazzini, vale 600 milioni di dollari. “I digital disruptors non hanno limiti: possono intaccare, riorientare e dare nuovo valore ad ogni settore”.

Innovazione devastante

Giovanni Fagherazzi, CTO Develon

Giovanni Fagherazzi, CTO Develon

Con queste premesse ce n’era abbastanza perchè Giovanni Fagherazzi –Cto della digital company Develon– catturasse l’attenzione degli imprenditori presenti alla business school Cuoa alla presentazione della nuova fase del progetto d.school -in collaborazione con Regione Veneto e  Fondazione Cuoa-. La scuola della digital company Develon alleva talenti digitali; avviata l’autunno scorso, ad aprile varerà due startup digitali. E’ solo l’inizio di una più vasta formazione in questo senso al servizio di imprese nuove o di lungo corso. Del resto, o ci si adegua o si soccombe. Per Larry Downes e Paul Nunes, autori di ‘Big Bang disruption’, questa è ‘L’era dell’innovazione devastante’ perché piccole startup, con piccoli capitali possono sovvertire in tempi brevissimi tutte le regole. “Con il 40% della popolazione mondiale connessa a internet i digital disruptors sono ovunque –sottolinea Fagherazzi- con un migliaio di euro possono testare e ottimizzare il loro modello di business tramite survey (sondaggi) sui social e, sempre attraverso  la rete, possono trovare fondi”.

Terreno fertile

In Italia la Top 100  del 2015 di StartupItalia annovera idee geniali in tutti i campi. Nella classifica di Riccardo Luna svetta su tutte Empatica, un bracciale in grado di prevedere le crisi epilettiche che ha raccolto due milioni di euro da una campagna di crowdfunding; o MusiXmatch: il più grande archivio al mondo in costruzione con testi di canzoni da connettere alle playlist, fattura già un milione  e mezzo di euro; o, ancora, Greenrail: eco-binari capaci di produrre energia al passaggio dei treni. Secondo Fagherazzi se in nel nostro paese c’è qualcuno che la crisi agevola sono proprio i loro, digital disruptors. “In Italia–spiega il Cto di Develon- trovano l’ambiente ideale perché le aziende investono poco in ricerca e sviluppo, le nuove idee fanno parlare i media, servizi e partnership costano molto meno che in passato e c’è l’interesse degli investitori. Un esempio per tutti: Prestiamoci dell’incubatore italiano Digital Magix è stata venduta per 5,3 milioni di euro”.

Banche in allerta

Prestiamoci è la piattaforma di prestiti tra persone leader in Italia, ma è solo una delle startup innovative in questo ambito. “C’è una rivoluzione silenziosa in atto –spiega Fagherazzi- che sta letteralmente bypassando il sistema bancario. Lo dimostra anche il successo del circuito di credito commerciale Sardex. Lo scorso anno in Sardegna 2500 aziende si sono  scambiate beni e servizi per 36 milioni di euro compensando così debiti e crediti senza passare attraverso le banche; il progetto sta invadendo altre regioni italiane, tra le quali il Veneto. Non solo, gli stessi innovatori digitali si autofinanziano tramite piattaforme di crowdfunding. Nel 2013 solo Kickstarter ha finanziato progetti di innovazione digitale per 490 milioni di dollari- AngelList, altra piattaforma, raggruppa 400 mila aziende del digital business, di queste 132 mila già finanziate e oltre 5800 sono costrette a cercare programmatori scendendo in strada con i cartelli di offerta di lavoro”.

Adottateli

Nessun business, insomma, può dirsi al sicuro perché a contraddistingue questi innovatori è la capacità di stare dalla parte dei clienti, di creare loro un vantaggio e soddisfare bisogni emergenti. E’ così che scavano tunnel sotto a modelli di business che crediamo consolidati facendoli crollare. Per questo è importante che le aziende stiano in questo flusso del cambiamento. “Il messaggio, dunque –conclude Fagherazzi- è uno solo: adottate un digital disruptor, prima che sia lui  ad adottare il vostro business”.

I collaboratori di Develon group. A destra, in piedi, il fondatore Lorenzo Gottin

@develon missione Usa

Architetti, ingegneri, designer esperti in logistica o in maketing, alla d.school le idee nascono perché più saperi si contaminano. “Ma la demolizione di vecchi modelli richiede molta disciplina e un linguaggio comune. Garantire queste condizioni –spiega il cto di Develon- è tra i compiti della nostra scuola che alleva talenti digitali”. Develon è specializzata in strategie di comunicazione, siti web, app mobile, portali e-commerce, web e social media marketing. Nata ad Altavilla (Vicenza), l’azienda fondata da Lorenzo Gottin ha una sede anche a Milano e occupa in tutto una settantina di ragazzi. Uno dei cardini del business è Fullycommerce che gestisce in completo outsourcing l’e-commerce aziendale. Oggi sono 35 gli store attivi tra cui Dainese, Cisalfa, Naturino, Durex. Il progetto è già sbarcato negli Usa per sostenere le imprese italiane nel mercato americano. La sede operativa è a Miami mentre i magazzini di stoccaggio si trovano in North Carolina. Il servizio sarà operativo tra due mesi.

@CinziaZuccon

Pubblicato su Il Giornale di Vicenza il 3 febbraio 2015

Musulmani di vera fede, tocca a voi

Il terrorismo non si combatte senza il contributo forte di musulmani che prendano le distanze dalle violenze commesse nel nome di Dio

All’ indomani dell’11 settembre d’Europa ‘Sottomissione’ di Michel Houellebecq è citato come il libro destinato ad essere il più venduto dell’anno, Marie Le Pen è già designata come la nuova presidente di Francia, i movimenti politici xenofobi di tutta Europa si rafforzano e ‘La Rabbia e l’orgoglio’ di Oriana Fallaci è citato a manifesto  della nostra guerra santa all’Islam.

C’è da aver paura, sì. C’è da aver paura a percorrere una strada che fa gioco alla convenienza politica che si alimenta con l’odio rabbioso. La risposta americana all’attacco alle Torri Gemelle non ci ha reso più liberi nè più sicuri, ne abbiamo la prova. E’ la strada che ha condotto a versare altro sangue innocente, al moltiplicarsi degli attentati da Madrid, a  Londra, a Parigi. Di quanti altri 11 settembre d’Europa avremo bisogno per capire che la strategia da mettere in atto è un’altra?

La campagna 'Non nel mio nome' dei giovani musulmani

La campagna ‘Non nel mio nome’ dei giovani musulmani

La nostra è una guerra all’integralismo religioso, lo stesso sul quale Charlie Hebdo non faceva distinzioni. Ma è anche una lotta all’integralismo politico che si illude di sconfiggere quello islamico che si nutre della povertà e si alleva nell’ignoranza alimentando una strategia criminale che nulla ha  a che vedere con Allah o con la religione. Sono i musulmani stessi a ribadirlo in queste ore, quelli che ci siamo abituati a definire moderati e che sono destinati ad essere guardati con crescente sospetto perché il clima di oggi sul quale fa leva l’utilitarismo politico non ammette distinzioni. Eppure, proprio da quei musulmani che sono la stragrande, silenziosa maggioranza, deve partire il cambiamento. Non possono più sottrarsi. La guerra al terrorismo esige la loro mobilitazione.

Abbiano il coraggio, gli Imam, di condannare pubblicamente il massacro in Francia e qualsiasi violenza in nome di Allah.  E non con semplici dichiarazioni di circostanza. Lo predichino nelle moschee, organizzino in prima persona raduni che inondino le piazze di ogni capitale europea e ciascun musulmano di vera Fede, insieme a noi, innalzi un cartello con scritto ‘Io Sono Charlie’.

Lo facciano in nome di quell’ Europa della libertà che consente loro di indossare il velo per strada, di preparare menu rispettosi delle loro credenze nelle scuole, di trovare cibi halal nei supermercati. La libertà di muoversi, di esprimersi con qualsiasi mezzo. Se vivono qui è perchè la nostra è un civiltà talmente rispettosa delle differenze da difendere il loro diritto a riunirsi in preghiera e di permettere loro di costruire moschee quando nei loro Paesi, sempre più spesso, i cristiani vengono arsi vivi nelle chiese e il solo fatto di portare al collo un crocifisso equivale ad una condanna a morte. E’ l’Europa che li ha accolti, che ha dato loro un lavoro, una speranza e che, faticosamente, lavora per combattere discriminazioni e diseguaglianze che pure ci sono.

Il loro brusio sommesso non basta, si confonde con il silenzio complice che fa gioco al terrore spietato.

 E’ tempo di gridarlo che il vero Islam è altro. Adesso. 

Perchè la satira va difesa

Mentre i cristiani nel mondo vengono arsi vivi nelle chiese, in Europa i musulmani hanno trovato diritti e libertà. Valori  che non sono negoziabili.

La vignetta in cui Maometto si dispera per gli integralisti

La vignetta in cui Maometto si dispera per gli integralisti

I grandi media americani hanno deciso di non pubblicare le vignette su Maometto considerate la causa della strage nella redazione di Charlie Hebdo. Se da un lato è comprensibile una posizione che eviti ulteriori provocazioni e limiti i rischi, dall’altro, nel paese dove la libertà di stampa è sancita dal primo emendamento della Costituzione è una decisione che ha il sapore di un pericoloso cedimento, della paura che prende il sopravvento. E non è possibile, non adesso. Non oggi.

Leggo anche che bisogna chiedersi perché avvengono tragedie come il massacro a Parigi, quasi che quei giornalisti ‘se la fossero andata a cercare’ insistendo sulla linea che denigrava il Profeta e la loro religione.

Non mi piacciono affatto queste vignette provocatorie e non ne ho mai diffusa una prima di oggi; penso sia necessario favorire il dialogo, non aizzare gli animi e offrire pretesti per alimentare l’odio di chi ha ben altri obiettivi che difendere una religione e in futuro sarà bene interrogarsi se val la pena porsi dei limiti, anche da un punto di vista editoriale, come parte della strategia per contrastare il terrorismo islamico. Ma che si apprezzi o meno questo tipo di satira,  non ha alcuna importanza. Oggi non è questo il punto.

Il punto è che è parte della nostra libertà disegnare anche quelle vignette. E’ questo stesso ampio e radicato concetto di libertà e diritti che permette ai milioni di musulmani che sono venuti in Europa di pregare liberamente e di vestirsi come vogliono, di aprire le loro macellerie con carni rigorosamente halal.

Non viene loro imposto di rinnegare la loro religione, né le loro consuetudini. Ma nessuno può massacrare nessuno per condannare ciò che ritiene offensivo e mai in Europa qualcuno si sognerebbe di sparare dentro una redazione perchè ha pubblicato un’irridente o sconcio disegnino del papa. Una matita non uccide. L’integralismo sì.

Ci sono principi sui quali non si può transigere e la libertà di stampa, il diritto di critica, di satira è tra i fondamenti di qualsiasi democrazia.

Per questo oggi mi sarei augurata che qualsiasi giornale del mondo libero pubblicasse quelle vignette per dire, davvero: ‘Siamo tutti Charlie Hebdo’, dovrete ucciderci tutti.

Pubblicare quelle vignette è difendere quel principio di libertà, e un atto politico.

Andrea Zorzi insegna come fare squadra (davvero)

Zorro lascia sempre il segno. Sono molti gli sportivi che, a fine carriera, diventano life coach, ma Andrea ‘Zorro’ Zorzi, il campione olimpico di pallavolo della generazione di fenomeni allevata da Julio Velasco, alla Facco Gioielli ha piazzato subito una schiacciata che ha infranto il muro dei luoghi comuni: “Si associano sport e vita aziendale parlando di fare squadra, di valori e di passioni –ha messo in chiaro il campione- ma c’è anche molta retorica perché le dinamiche non sono sovrapponibili. Nello sport tutto è bianco o nero: o vinci o perdi. In azienda, invece, la gamma dei grigi è ampia. Più semplicemente –ha premesso Zorzi- quello che oggi vi posso offrire è la capacità di guardarvi con occhi diversi e di cogliere analogie e suggerimenti che vi possano tornare utili”.

Zorzi svetta sul gruppo di Facco corporation

Andrea Zorzi svetta sul gruppo di Facco corporation

 

E si è rivelato un gran bel regalo quello ricevuto dai trenta di dipendenti dell’azienda orafa di Camisano (Vicenza) che, per Natale, avevano espressamente chiesto al titolare Gilberto Facco un corso di formazione. Organizzato tramite il Cuoa e con il valido contributo della docente Enrica Quaglio, il pomeriggio con Zorzi si è concentrato su come favorire il gioco di squadra.

 

Dalla leadership alla followership

Come ha spiegato Zorzi la pallavolo è l’unico gioco di squadra che impedisce di toccare due volte la palla: sei obbligato a passarla e nessuno ha mai vinto solo con qualche isolato elemento eccellente. Ma come si fa  a ‘fare squadra’? Qual è la prospettiva di chi riceve indicazioni da chi quella formazione la guida? “Non è facile, del resto si sente tanto parlare di leadership –ha chiosato Zorzi- ma non esistono corsi di followership…”.

 

Niente alibi, fai la tua parte.

Innanzitutto che tu sia in campo o in panchina non pensare mai a cosa faresti se fossi l’allenatore, il tuo compito è dare il massimo nel tuo ruolo . “Appena arrivato – ha raccontato Zorzi- Velasco parlò ad ognuno di noi. Mi chiese cosa, a mio avviso, avrei dovuto fare per diventare il miglior schiacciatore al mondo. Risposi con foga che avrei dovuto allenarmi di più, restare più concentrato. Velasco mi spiazzò dicendomi: ‘Devi schiacciare meglio. Schiacciare è la tua priorità’. Sembrava banale, eppure mi accorsi che disperdevo molte energie in altro. Ciò che ha cambiato la storia della nostra squadra è stato proprio allenarci al massimo ciascuno nel proprio ruolo e in condizioni difficili. Nel mio caso, schiacciando palle alzate male come può capitare in partita. Velasco, si sa, non ammetteva alibi”.

 

Chiarezza di ruoli

L’esercizio sollecitato da Enrica Quaglio tra i lavoratori Facco ha fatto emergere problemi di orgoglio, invidia, mancanza di comunicazione e arroganza che impediscono di collaborare. “Nessuna squadra ne è esente. La nostra era considerata perfetta –ha commentato Zorzi- eppure litigavamo moltissimo. Ma tenevamo sotto controllo orgoglio e invidia parlandone e soprattutto analizzando i problemi oggettivamente in base a fatti, dati statistici. Stabilire delle regole in base a ciò che ciascuno sa fare meglio aiuta anche a  governare le zone di conflitto; nella  pallavolo sono quelle dove non si sa bene di chi sia la palla. E va sottolineato che  si può dire ‘Mia!’, ma non esiste il ‘Tua!’”.

 

Le regole cambiano, accettalo

Un’azienda non è mai ferma, men che meno il contesto di mercato, ma è fondamentale non opporre resistenza. “Nel ’98 le regole della pallavolo furono stravolte –ricordò Zorzi-: niente più cambio palla, introduzione di una figura apparentemente inutile, il libero, e possibilità di giocare anche con i piedi. Non mi piacevano affatto, ma era d’obbligo impegnarsi per ottenere il massimo nel nuovo contesto. Agli italiani è riuscito, diversamente dai russi molto più restii al cambiamento”.

 

Il segreto

Velocità, metodo e lavorare per progetto aiutano ad anticipare il cambiamento, per il resto non c’è un segreto per vincere – ha assicurato Zorzi- ma di sicuro ce n’è uno per perdere: scarso impegno e mancanza di onestà. Chiarezza, rispetto, disponibilità e collaborazione sono imprescindibili. Per il resto, le squadre sono diverse ogni giorno, ma è proprio questa la loro forza. “C’erano giorni in cui – ha ricordato Zorzi- avrei giurato che non mi sarei potuto alzare dal letto per allenarmi eppure, essere insieme per un obiettivo ci aiutava a spronarci. Se vedi che il tuo compagno ce la fa, non puoi mollare. Alle volte era l’allenatore stesso a portarci oltre il limite e solo così capivamo di essere in grado di reagire a ciò che ci sembrava insuperabile, scoprendo di avere insospettabili riserve di energia. Ed è così che accadono i miracoli”.

 

E per condividere il successo premi per tutti

Da sinistra Gilberto Facco, Zorzi, Quaglio

Da sinistra: Gilberto Facco, Andrea Zorzi, Enrica Quaglio

Oltre al corso di formazione, a Natale ciascuno  dei collaboratori della Facco gioielli ha ricevuto in regalo un gioiello e un buono benzina da 250 euro a chiusura di un anno memorabile. L’azienda nel 2014 ha registrato un incremento del fatturato del 30% e, fatto sorprendente per il settore, solo nel mercato italiano. “Produciamo esclusivamente gioielli in oro –spiega il titolare Gilberto Facco- e con prezzi tra i 60 e i 350 euro. L’oro resta un valore, un bene che all’occorrenza si può vendere, lo ha dimostrato il successo dei compro oro in questi anni di crisi. Ciò che per noi è cambiato rispetto al passato è stato però l’approccio al cliente. Se un tempo ci chiedeva le novità e componeva da sè la propria vetrina, oggi offriamo noi soluzioni complete per le cerimonie o i momenti da ricordare. Un servizio con consegne in 24 ore ha fatto il resto”. Un cambio di passo che per l’azienda ha comportato investimenti in studi di mercato, in innovazione e formazione, aree nelle quali –spiega ancora Facco- sono stati investiti il 50% degli utili aziendali. Il fatturato del 2014 è stato pari a 7 milioni e mezzo di euro con vendite per il 60% in Italia. “Ho preferito puntare sull’Italia perché conosco clienti, concorrenti e mercato. Ora -conclude Facco-  siamo pronti per concentrarci sull’estero. Per il 2015 puntiamo a una crescita a due cifre”.

Pubblicato su ‘Il Giornale di Vicenza’ il 3 gennaio 2015

 

Isabella Chiodi, la top manager col fattore ‘D’

Donne e digitale per favorire la competitività

Oggi che nelle aziende si parla molto di valorizzazione della diversità di genere come uno degli strumenti su cui far leva per crescere e migliorare, conferire maggiori spazi e ruoli di peso alle donne significa poter contare su uno stile dirigenziale  e di approccio ai problemi con caratteristiche differenti e complementari a quelle dei colleghi maschi. Top manager del colosso IBM, Isabella Chiodi è una donna che esprime molto bene lo stile che caratterizza il valore aggiunto del potenziale  femminile.

Isabella ChiodiCompetenza, capacità decisionale e relazionale,  i toni pacati di chi stimola il confronto,  un’eleganza ricercata ma mai esibita, sono i tratti distintivi più immediati della Vicepresidente di IBM Europa arrivata ad occupare una posizione di vertice -assicura- senza infrangere alcun soffitto di cristallo, ma solo grazie alla piena  consapevolezza delle proprie capacità e al lavoro sodo.  Ma Isabella Chiodi ha anche la misura di quanto impegno sia ancora necessario per creare una società con un maggior equilibrio di genere e per questo si sta impegnando anche come presidente Aidda, l’associazione che riunisce le donne imprenditrici e dirigenti d’azienda . Da manager con una visione europea dell’impresa, in quest’intervista ci racconta però anche che cosa imprenditori e associazioni di categoria possono fare di più e di meglio per poter competere.

E’ entrata in IBM a 23 anni come  sistemista e oggi è una top manager. Cosa è stato determinante in questa progressione?

Determinazione, impegno, caparbietà e non pormi mai la domanda se fosse un mestiere da donna. 

Non ha avuto figli, però. 

E’ vero,  ma ho colleghe più brave di me che sono madri e che hanno raggiunto gli stessi traguardi. Certo, se si lavora bisogna chiedere aiuto per gestire i figli, al compagno e non solo. Il fatto è che le donne non sono abituate a farsi aiutare, ma è necessario imparare.

All’incontro Aidda all’Isola di S. Servolo  lei ha consigliato la lettura del libro ‘The confidence code’. E’ ancora la scarsa autostima il principale ostacolo  per le donne nel lavoro?

Seneca diceva che non facciamo le cose perché sono difficili, ma sono difficili perché non le facciamo. Infatti spesso le donne rinunciano per paura di sbagliare, ma le sconfitte rinforzano e le rinunce a priori indeboliscono. Perciò meglio sbagliare e sbagliare in fretta, e poi riprovare. La paralisi da paura è la cosa più nefasta.

Tra i suoi obiettivi c’è la collaborazione tra associazioni. E’ possibile un progetto comune per incidere con più forza nel cambiamento?

Per fare rete è necessario favorire la conoscenza delle nostre imprese. Per questo ho promosso tra le socie molte visite aziendali e intendo aprirle anche alle altre associazioni. Poi vorrei rilanciare il progetto per chiedere alle amministrazioni locali l’adozione del bilancio di genere con l’obiettivo di favorire azioni a supporto della cittadinanza femminile. C’è un monte ore non pagato nella nostra economia che grava soprattutto sulle donne, spetta a noi reindirizzare questo modello di società prendendo consapevolezza della forza del bacino elettorale che rappresentiamo. Se l’Italia diventa un Paese per donne si troveranno molto meglio sia i giovani che gli uomini perché per diventare un Paese per donne dovrà avere molta più democrazia e meritocrazia e molte meno rendite di posizione.

In cosa sta differenziando la sua associazione femminile dalle altre?

Pochi convegni e molti tavoli di lavoro per, lo sottolineo tre volte, ‘fare’. Bisogna trovare convergenza di interessi e priorità, mettere a fattore comune le esperienze e trovare sinergie per progetti che da sole non si farebbero. Si tratta di pensare in termini di coopetition, ovvero riconoscere che ci sono aree nelle quali possiamo essere in competizione, ma altre in cui è vantaggioso collaborare; per esempio nell’internazionalizzazione e nello sfruttare le nuove tecnologie. Agli inizi del ‘900 c’è stata una grande emigrazione oggi, per avere più opportunità, l’emigrazione è digitale.

Il digitale è il suo campo, ma non quello di molti imprenditori che delegano agli specialisti. Un errore?

Delegare è estremamente limitante. All’imprenditore non si chiede di essere uno specialista, tuttavia, ha l’obbligo di sapere cosa la tecnologia digitale gli consente di fare di nuovo e di diverso. Non si tratta infatti solo di ottimizzare l’esistente, quanto di concepire il digitale come un fattore abilitante per cambiare la strategia di un’azienda.

Le piccole imprese lamentano che le risorse per innovare mancano e che per il trasferimento tecnologico non hanno rifermenti chiari. Cosa suggerirebbe?

Per orientarsi meglio servirebbe più integrazione tra i centri di ricerca che però dovrebbero anche conoscere le aziende, entrare nella loro mentalità per aiutarle ad esprimere la domanda di innovazione che nelle Pmi è spesso la maggiore difficoltà. Il Fraunhofer Institute in Germania ha capito che la conoscenza dell’industria è necessaria proprio per colmare questo gap.

Dal suo osservatorio in Ibm ha una visone europea dell’impresa. Qual è, a suo avviso, il nostro valore aggiunto e cosa invece ci limita?

Dobbiamo diventare più bravi ad usare i fondi europei e per questo dobbiamo essere in grado di descrivere progetti credibili e dobbiamo fare lobby internazionale, la frammentazione non ci aiuta e il settore turismo lo dimostra. Siamo eccellenti nel gestire le emergenze, ma siamo estremamente carenti in capacità di pianificazione e progettualità, solo a queste due condizioni la nostra creatività è un valore aggiunto.

In questo le associazioni di categoria dovrebbero avere un ruolo maggiore?

Quello che scoraggia gli investimenti è la mancanza di un piano industriale a livello nazionale e regionale e le associazioni categoriali hanno la grandissima responsabilità di proporre dei piani industriali. Gli investimenti di lungo corso hanno bisogno di un orizzonte di interventi chiaro, chi investe ha necessità di sapere che sta andando in una direzione che il Paese supporta.

 

Isabella Chiodi, laureata in fisica, è vicepresidente di IBM Europa dove si occupa di relazioni di business con l’Unione europea e gli Stati membri. Dalla primavera scorsa è presidente di Aidda Veneto e Trentino Alto Adige; l’associazione italiana delle donne dirigenti d’azienda conta un migliaio di socie a livello nazionale. Tra i vari incarichi ricoperti è, in particolare, componente del consiglio della Camera di Commercio di Padova e di Confindustria Padova dove è nel gruppo dei tre saggi costituito per esaminare le candidature per la nuova presidenza.

 

Versione estesa dell’intervista pubblicata il 7 Ottobre 2014 su ‘Il Giornale di Vicenza’