Valentina Sumini, la ricercatrice che progetta la vita su Marte

 La ricercatrice al Mit di Boston ci spiega perchè le case marziane ci faranno vivere (meglio)  anche sulla terra.

Vivere in una colonia su Marte probabilmente sarà possibile prima di quanto immaginiamo. La sta progettando un gruppo di scienziati vincitori della Mars City Design Competition 2017 cui contribuiscono enti spaziali internazionali, Nasa in primis, e investitori privati. Tra loro, unica italiana, c’è Valentina Sumini. Originaria di Alessandria, due lauree specialistiche in costruzione e architettura rispettivamente al Politecnico di Torino e di Milano dove ha conseguito anche il dottorato, Valentina oggi è ricercatrice al Mit di Boston e la prossima settimana sarà ospite di Aedifica, il progetto di Confartigianato Vicenza per sostenere l’innovazione nel campo delle costruzioni. Innovazioni che deriveranno anche dalle ricerche in corso per progetto ‘Redwood Forest’ su Marte.

Valentina, il progetto si ispira ad una foresta. Come si svilupperà?

Proprio come negli alberi, alle radici di ogni cupola abitativa verrà prelevata l’acqua presente in grande quantità come ghiaccio sotto la superficie marziana, acqua che sarà poi innervata lungo tutta l’estensione della cupola in modo da creare uno strato di circa due metri in grado di proteggere gli abitanti dai raggi cosmici e contribuendo a contrastare forze che spingerebbero le strutture a sollevarsi. In questo modo inoltre sarà garantita la visibilità all’esterno indispensabile per la qualità della vita delle persone.

L’acqua è l’elemento principale di questo progetto. Come la ricaverete?

Ce ne stiamo occupando con il Mars Ice Challenge in collaborazione con la Nasa che terminerà a giugno. Si tratta di un macchinario in grado di trivellare lo strato di regolite marziana, prelevare il ghiaccio, fonderlo e purificarlo per poi convogliare l’acqua ricavata alla struttura. L’acqua naturalmente servirà anche per le coltivazioni idroponiche mentre per la produzione di energia ci si affiderà a pannelli solari.

Ma come si costruirà questa città? E chi sarà a farlo?

La costruiranno i robot, saranno loro i primi ad essere inviati su Marte per estrarre l’acqua e il materiale necessario per fabbricare le cupole con stampanti 3d e macchine a controllo numerico. I materiali saranno regolite, polietilene e griglie di Kevlar per proteggere le cupole dalle micrometeoriti che viaggiano a 20km al secondo.

Diverse innovazioni sviluppate in ambito spaziale sono diventate parte della nostra quotidianità. Grazie a questo progetto cosa ci sarà di nuovo e utile in futuro?

L’automazione nei processi di costruzione con robot guidati da remoto sarà una rivoluzione nei prossimi 10 anni, una grande conquista se si pensa a quante persone ancora muoiono nei cantieri. E poi i nostri studi per rendere porosa la struttura dei materiali. Il cambiamento climatico porrà sempre più il problema delle precipitazioni e quindi torneranno utili materiali in grado di veicolare e sfruttare le proprietà dell’acqua per riscaldare e raffreddare: plastiche, siliconi, materiali edili ma anche tessuti perché il cambiamento climatico modificherà anche il modo in cui ci vestiremo. E naturalmente sistemi per riciclare ogni materiale all’infinito perché su Marte se si spreca si muore.

Elon Musk ha lanciato da poco il razzo Falcon Heavy con a bordo una Tesla da immettere nell’orbita marziana. Ma quando potrebbe ragionevolmente essere possibile vivere su Marte?

Credo tra 30-50 anni, i tempi dipendono molto dalla sinergia che si riuscirà a creare. Personalmente auspico che si arrivi a concordare un progetto su scala globale per massimizzare gli investimenti delle diverse agenzie spaziali e dei privati che in questo campo stanno impegnando moltissime risorse, come appunto la Space X di Elon Musk

Essere un cervello in fuga è stata una necessità o una scelta? E a quali condizioni tornerebbe in Italia?

Per me è un privilegio svolgere ricerca d’avanguardia al Mit. Per tornare più che il denaro per me conta il progetto. Se avessi la possibilità di guidare un mio gruppo per continuare questo tipo di ricerche sullo spazio tornei in Italia anche domani!

 

Pubblicato su ‘Il Giornale di Vicenza’ del 23 marzo 2018

Annunci

Strategie per il curriculum perfetto

Errori da evitare e elementi indispensabili per un curriculum che porti all’agognato colloquio.       Tre esperti spiegano come si fa a non passare inosservati.

Un curriculum senza una lettera di presentazione, a volte confuso,  incompleto o inviato uguale a tutti indipendentemente dell’azienda cui è indirizzato. Sono questi gli errori più frequenti che impediscono di arrivare all’agognato colloquio per trovare un posto di lavoro. Prima è necessario che il curriculum venga letto, che susciti interesse, che in qualche modo dica che persone siamo. Ma come si costruisce un curriculum che faccia centro? Ecco il parere di tre esperti.

DA ‘POSTA IN ARRIVO’ AL CESTINO: COME EVITARLO

Il primo errore da evitare è allegare il curriculum ad una mail generica uguale per tutti. “Di questi curriculum inviati in serie non ne ho mai aperto uno –spiega Tommaso Aiello, direttore generale di Emblema, Fondazione impegnata a migliorare l’orientamento e i rapporti tra enti di formazione e imprese -; del resto –aggiunge- nessuna azienda ha tempo da perdere: deve saltare agli occhi subito se vale la pena dare un’occhiata proprio a quel curriculum tra i tanti che arrivano”. “Le candidature generiche rischiano di essere un buco nell’acqua –conferma l’ad di Umana Giuseppe Venier Innanzitutto bisogna avere chiaro cosa si vuol fare e individuare le aziende di conseguenza; ogni curriculum poi va tarato sulle esigenze dell’impresa per questo consigliamo di accompagnarlo sempre con alcune righe di presentazione che spieghino i motivi per i quali ci si candida. Quanto al formato, fortunatamente ha perso appeal il curriculum europeo, troppo impersonale”. “Se si cerca un primo impiego –precisa  Luca Vignaga, responsabile risorse umane del gruppo Marzotto- il curriculum deve suscitare interesse, curiosità in chi è abituato a vederne centinaia. Si può sintetizzarlo in una pagina in modo creativo, ad esempio su un formato orizzontale anziché verticale realizzando una sorta di ‘cruscotto’ dove visualizzare formazione, competenze, esperienze magari con l’utilizzo di istogrammi. Ho trovato interessanti anche curricula corredati da seri test attitudinali che mettevano in evidenza le sofkt skills. Da valutare anche la possibilità di consegnare il curriculum a mano, del resto anche nell’era di Spotify il vinile ha il suo fascino”. Indirizzatelo direttamente alla persona che volete lo legga, quanto meno già questo mette in evidenza che vi siete informati sull’azienda e non mandate curricula a casaccio.

CORTEGGIATE L’AZIENDA

Essere giovani e non avere esperienza non è, al contrario di ciò che si pensa, il problema principale per chi cerca lavoro: come è emerso da un’indagine di Emblema, nel 96% dei casi a parità di competenze è il candidato più motivato che la spunta. “Le dinamiche della selezione, sono le stesse del corteggiamento– dice Aiello-. Tutti vogliamo essere il piano ‘A’, non una seconda scelta. Le aziende vogliono qualcuno interessato a lavorare proprio con loro e che spieghi qual è il valore aggiunto che si è in grado di offrire a completamento di un curriculum chiaro, ordinato e sintetico”. Dunque bisogna informarsi sull’azienda cui si manda il proprio curriculum e non è affatto scontato se si pensa che perfino chi arriva al colloquio in una piccola impresa nel 95% dei casi non la conosce affatto. Altrettanto importante sono la chiarezza e la completezza con cui ci si propone: “Chi legge un curriculum –puntualizza Venier- non deve sforzarsi per trovare una specializzazione o esperienze funzionali alla posizione che cerca: devono essere subito in evidenza; importante è anche non lasciare ‘buchi’ che impediscano di costruire la storia del candidato. Spesso si tralasciano delle esperienze perché non le si ritiene rilevanti. E’ un errore. Hai fatto la cameriera o il pizzaiolo? Scrivilo sempre, significa che sai metterti in gioco”.

 FAR CONTARE LE ESPERIENZE

Motivazione, autonomia, versatilità, capacità di problem solving: sono alcune delle soft skills, o competenze trasversali, che fanno la differenza. Ma perché abbiano veramente un peso vanno contestualizzate. E’ importante –sottolineano gli esperti- spiegare cosa abbiano aggiunto alla maturazione personale l’impegno nel volontariato piuttosto che i mesi di studio all’estero, i weekend passati a fare i baristi o le cassiere in un supermercato. “E’ bene occuparsi del curriculum anche prima di laurearsi perché spesso non sono le competenze a mancare, manca proprio l’orientamento sul proprio futuro professionale” ammonisce  Aiello ricordando che esistono le possibilità offerte gratuitamente da 4job, l’ufficio placement dell’Esu di Verona coordinato da Emblema che aiuta i giovani laureati a individuare e a raggiungere i loro obiettivi anche attraverso simulazioni di carriera.

SOCIAL E GALATEO

Un ruolo importante lo gioca internet per informarsi sulle imprese cui si invia il curriculum, monitorare i social di settore o le posizioni aperte sulle piattaforme aziendali per candidarsi in maniera mirata, o per interagire sui social. Attenzione però a farlo con intelligenza. “Sono diverse le persone che chiedono di entrare nella mia rete Linkedin –spiega Luca Vignaga- ma una volta accettato il contatto, non è piacevole vedersi immediatamente inviare il curriculum. Avverto un’invadenza che non gioca a favore del candidato. Un altro aspetto importante è l’uso che i potenziali candidati fanno dei social: e oggi ogni azienda prima di assumere un candidato digita il suo nome su Google”. E se il profilo linkedin deve essere professionale (c’è ancora chi mette la foto in costume da bagno) quello su Fb è altrettanto importante. Non sono rari infatti i casi in cui, a fronte di un curriculum che ha fatto centro, ci si bruci la possibilità di essere chiamati per un colloquio: “Un terzo dei candidati considerati validi –conclude Aiello- vengono scartati proprio perché la loro immagine social non è coerente con quella del curriculum”.

 

Pubblicato su ‘Il Giornale di Vicenza’ sezione economia il 21 marzo 2018.

Dalla laurea al Cern in meno di un anno. Ecco come.

 Ha 25 anni, è già sposato e crede nel futuro di chi sa rendersi appetibile per il mondo del lavoro. Non ha nulla di eccezionale, tranne la volontà e  la  consapevolezza che per farcela è necessario uscire prima possibile dalla propria ‘zona di comfort’ 

Giordano Lilli ha 25 anni, è un ingegnere meccatronico e, fatto piuttosto singolare ai giorni nostri, è pure già sposato. Non ha fatto in tempo a laurearsi che è stato subito assunto a tempo indeterminato in un’azienda italiana in crescita. A questo punto, milioni di ragazzi si riterrebbero già estremamente fortunati. Lui invece quell’impiego l’ha lasciato otto mesi dopo per un incarico di due anni al Cern di Ginevra (e no, non aveva alcuna ‘spinta’ dall’alto). Certo, la sua storia è rara in un mondo in cui è sicuramente molto difficile trovare un’occupazione decente, ma non è unica. Se  va raccontata è per ridimensionare chi quei giovani li frustra ancora di più insistendo sul tagliare le ali ai sogni delle nuove generazioni parlando di giovani che non hanno futuro e per i quali è impossibile solo pensare di farsi una famiglia. Va raccontata per offrire una speranza, un orizzonte possibile. Va raccontata soprattutto perché è una storia straordinaria nella sua normalità. Giordano, per sua stessa ammissione, non ha capacità superiori alla media, proviene da una famiglia semplice (mamma maestra, papà impiegato di banca), non ha goduto di alcuna raccomandazione. Quello che sicuramente di eccezionale c’è in lui è però l’impegno, la volontà, la tensione a cercare sempre il meglio. Prima di tutto da se stesso.

 

Giordano Lilli al Cern

Giordano Lilli al Cern

I bei voti me li sono sudati

“Non ho fatto nulla di singolare –si schermisce subito Giordano- non sono nemmeno particolarmente intelligente, i voti a scuola me li sono sempre sudati. E poi sono stato fortunato ad avere una famiglia che mi ha sempre sostenuto. Lavorare al Cern era il mio sogno e ci sono arrivato perché  qui non ci lavorano solo ricercatori; in relazione agli esperimenti, il personale da 2500 addetti può arrivare a 12.000 e si cercano posizioni di tutti i tipi: dagli amministrativi ai vigili del fuoco, agli avvocati; come chiunque, ho presentato la mia domanda e sono riuscito ad ottenere un incarico di due anni nell’ambito di un gruppo di lavoro che si occupa di robotica per misurazioni e riparazioni a distanza nel tunnel dell’acceleratore LHC; durante gli esperimenti, infatti, diventa radioattivo e non vi si può accedere”. Giordano è originario di Orgiano, un paesino immerso nelle campagne del basso vicentino. Il suo percorso inizia al liceo scientifico Dal Cero della vicina S. Bonifacio, ed è lì che comincia a capire cosa fare da grande, grazie ad un professore vero, uno di quelli  che sanno appassionare. “Giordano dopo il liceo sceglie ingegneria meccatronica, frequenta a Vicenza, sede staccata dell’università di Padova. Eppure, non mancano le incertezze. Tutto normale. La via che porta a capire ciò che vogliamo essere quasi mai è lineare, più spesso è costellata di interrogativi, di dubbi. Dubbi che però Giordano supera, passando dallo studiare al fare, cogliendo occasioni, sfidando se stesso, uscendo dall’ area protetta fatta di giorni sui libri, esami e voti da aggiungere al libretto universitario.

 

La svolta: dalla teoria alla pratica

“Non ero del tutto convinto del percorso di studi intrapreso –ammette Lilli- ma è cambiato tutto quando ho potuto finalmente mettere in pratica quello che avevo studiato, libri e libri di teoria. Alla fine della laurea triennale il prof. Roberto Oboe ha proposto di partecipare alla Freescale cup, un progetto europeo di robotica.  Abbiamo accettato solo in 3 su 30 studenti e per otto mesi abbiamo lavorato con tale passione da saltare le lezioni.  Alla fine però, a Parigi, ci siamo classificati terzi su 29 università, una soddisfazione incredibile perché eravamo partiti dal nulla! Solo il caricabatterie degli universitari tedeschi valeva più di tutta la nostra attrezzatura, noi però li abbiamo surclassati con la creatività. Poi, sempre il prof. Oboe, ci ha proposto un progetto per la realizzazione di uno speciale guanto per la riabilitazione post-ictus. Si trattava però di trasferirsi qualche mese in Giappone”. Solo Lilli e un suo compagno accettano la sfida e, per non pesare completamente sulla famiglia, Giordano sospende per un mese gli studi universitari, ci dà dentro con l’inglese e ottiene la certificazione necessaria per accedere alla borsa di studio di 3000 euro di Confindustria Vicenza.

 

Fondamentale l’esperienza all’estero

“In Giappone –sottolinea Lilli- ho capito che la capacità di adattamento è determinante, che la qualità della nostra istruzione è elevata e che, a differenza di altri, noi italiani sappiamo valutare i problemi da più angolazioni e trovare le soluzioni. Ho imparato a cavarmela da solo, anche nel costruire la tesi, lo stesso progetto iniziale è stato stravolto ma mi sono adattato, non potevo perdere tempo: a gennaio 2015 sono tornato e ad aprile mi laureavo”. Laurea, naturalmente, col massimo dei voti. “Però–assicura- ho dovuto impegnarmi molto di più di compagni più bravi di me. Ho rifiutato anche il 25 dell’ultimo esame, studiando un mese intero per ottenere un 26, un mese a sgobbare sui libri per quel solo punto in più necessario per la lode, ma la ritenevo importante per il mio futuro”. E in effetti, tramite gli eventi che mettono in contatto aziende e studenti dell’università di Padova, è subito assunto in Athonet, una società di Bolzano vicentino fondata una decina di anni fa da giovani ingegneri che avevano in mente di portare reti internet di emergenza nelle zone più remote e disagiate del mondo.

Giordano e Martina

Giordano e Martina

Rendersi appetibili per il mondo del lavoro

“Quando è arrivata la risposta del Cern mi è dispiaciuto moltissimo lasciare Athonet ma i titolari, pur tentando fino all’ultimo di trattenermi, hanno capito: ‘Se si tratta di sogni – hanno detto – noi sappiamo cosa significa’. La procedura per inoltrare domanda al Cern –racconta Giordano- è molto lunga e molto dettagliata. “Ho impiegato due settimane a compilarla e la prima volta non sono riuscito ad entrare. Due settimane prima del matrimonio però, nel settembre scorso, avevo tutto pronto e così ho deciso di ripresentarla, senza molte speranze. A novembre ho saputo che era stata accettata, non ci potevo credere! Mi sono trasferito a gennaio con mia moglie, Martina, che mi ha accompagnato in questa avventura prendendo un’aspettativa dal lavoro. Sono contento, ma ben consapevole che sono solo agli inizi”. Giordano sa di avere un contratto a termine e molta strada davanti per affermarsi, ma se si parla di giovani e di opportunità di lavoro dice: “Certo,  oggi è difficile trovare un lavoro, ma non è impossibile. Non è vero che non ci sono possibilità, è che bisogna costruirsele rendendosi appetibili per il mondo del lavoro. Quando mi hanno assunto in Athonet non sapevo nulla di reti mobili, ma hanno premiato la mia disponibilità a imparare e il mio percorso di studi anche all’estero. E poi non conosco persone di talento che non lavorino”.Si ferma un attimo, e poi aggiunge: “E’ anche vero che molti miei compagni di università d’estate si concedevano due mesi di riposo, io due mesi di vacanza non so cosa siano; con tutti i progetti che avevo in ballo ero sempre in affanno per recuperare esami…”.

 

A pranzo con Fabiola Gianotti

Il Cern, Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire, è il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle. Eppure, a caratterizzare i rapporti tra chi vi lavora è un notevole grado di informalità tipico di tanti altri luoghi della scienza e della tecnologia, un’informalità funzionale alla ricerca stessa perché ridurre le distanze amplifica le possibilità creative.  “Appena dopo che la mia domanda era stata accettata –spiega Giordano Lilli- mi ha scritto il capo del mio gruppo di lavoro firmandosi semplicemente ‘Marco’ e dicendomi che non vedeva l’ora che cominciassi a lavorare con loro. Qui la gerarchia non si nota affatto. In mensa gli ultimi arrivati possono ritrovarsi a pranzare a fianco di luminari della fisica o a Fabiola Gianotti, direttrice generale del Cern, come mi è capitato. Non ho avuto il coraggio di salutarla, però –ammette Giordano Lilli- ma conto di farlo visto che viviamo entrambi nello stesso paesino, Thoiry, e prima o poi ci incroceremo”. (cz)

@cinziazuccon

Pubblicato il 15 aprile 2016 su Il Giornale di Vicenza pag. 24.

 

Ti potrebbero interessare anche:

Come mi sono costruita una carriera da zero

Visione e tenacia, così l’idea fa l’impresa

I giovani meritano speranza e fiducia. Più che i loro genitori

La fatica e il desiderio

L’amore viene prima dei diritti. E può solo essere donato.

Possiamo davvero rivendicare un diritto alla genitorialità  senza porre limiti alla decisione di generare una nuova vita? Una questione che non riguarda solo le coppie gay.

Nichi VendolaNon ho dubbi che Tobia sarà sicuramente circondato dall’amore di Vendola e del suo compagno. E’ così per qualsiasi coppia abbia molto desiderato un figlio e alla fine lo abbia tenuto tra le braccia superando molte difficoltà. Questo aspetto non è nemmeno in discussione.

Il tema, in questa vicenda, è tutto concentrato sui diritti: il diritto di due uomini (o di due donne) che si amano ad avere un figlio, il diritto di una donna ad affittare per scelta (si spera) il proprio utero.

E i diritti del soggetto più fragile? Che parte hanno i diritti del bambino?Non si tratta solo di stepchild adoption, oggi pìù che mai urgente e già stralciata dal provvedimento che finalmente riconosce alle coppie gay diritti sacrosanti sui quali l’Italia è in terribile, colpevole ritardo.

Non si tratta, peraltro, di farne solo una questione ideologica di diritto alla genitorialità delle coppie omosessuali.

La metà del patrimonio genetico dei bambini di coppie gay viene acquistata, la verità è questa. Nei casi più complicati, sia per le coppie gay che etero, si tratta di acquistare tutto il patrimonio genetico.  C’è un fiorente mercato degli ovuli e dello sperma. Si decide consapevolmente per questi bambini, da prima che nascano, che non saranno cresciuti dalle loro madri o dai loro padri che non lo avevano come scopo perché, oggettivamente, sono stati concepiti come fonte di profitto.

Certo, qui ora si apre la questione che di bambini che vengono al mondo non per scelta ma per sbaglio è pieno il mondo, che ci sono coppie etero indegne di  allevare figli eccetera eccetera. Tutto vero. Inoltre, la scelta ha fatto enormi progressi, se vi facciamo ricorso per curare le persone e per opporci alla morte le opportunità offerte dalla scienza devono valere anche per favorire nuove vite. Ma il punto è: fino a dove è lecito, è etico, è giusto spingersi?Possiamo davvero in nome dell’amore che intendiamo offrire non porre limiti alla decisione di generare una nuova vita?

Perchè l’amore, se ha una caratteristica, è quella della gratuità: non si compra e non si vende. E’ un dono. E se parliamo di far venire al mondo un bimbo come un atto d’amore abbiamo il dovere di non dimenticarlo.

Se il concetto del dono vale per un rene, per il proprio midollo, perché questa caratteristica della gratuità non dovrebbe valere a maggior ragione per un ovulo, per degli spermatozoi? O possiamo giustificare tutto in nome dei diritti degli adulti e dell’amore nel quale verrà cresciuta questa nuova vita? Siamo sicuri che basterà a quel bambino quando avrà la consapevolezza di essere stato concepito in questo modo?

E soprattutto: chi siamo noi per decidere che un bambino, non in conseguenza a situazioni familiari gravi, ma ‘ex ante’, sia privato della madre o del padre biologico? E’ un atto d’amore o di egoismo?

Perché se l’esigenza vera e profonda è quella di essere una famiglia, e di dare amore, allora forse varrebbe la pena creare le condizioni per accogliere quei bimbi che già sono venuti al mondo e che i genitori li hanno persi o che sono stati abbandonati. Battersi insieme per le adozioni perchè questi bambini vivano tra chi può garantire loro serenità e amore e non importa che siano due mamme o due papà, una coppia etero o dei single.

Questo sarebbe un atto d’amore: mettere la felicità altrui prima dei propri diritti.

Nient’altro.

@cinziazuccon

Sequestro dei dati, siamo tutti a rischio.

Rivuoi i file del tuo computer? Allora paga.

Fondamentale proteggersi dal primo attacco. 

Aziende, banche, commercialisti, enti pubblici, associazioni di categoria, professionisti e privati cittadini. Non si salva nessuno. Il sequestro dei dati informatici a scopo di riscatto  può colpire chiunque. Nelle aziende, in particolare, è necessario proteggersi non solo con sistemi adeguati, ma anche formando i propri dipendenti per evitare comportamenti che possano favorire attacchi di pirateria.

Carlo Alberto Sartor, tecnico della sicurezza e della diagnosi dei sistemi informatici che in più occasioni è stato anche consulente del tribunale, parla di una realtà preoccupante. “Il fenomeno –spiega- sta assumendo proporzioni enormi ed è esteso quanto sommerso; nella stragrande maggioranza dei casi infatti questi attacchi non vengono denunciati per evitare possibili azioni legali da parte di clienti che possono rivalersi sulle aziende perché i loro dati sensibili non sono stati adeguatamente protetti”.

Si chiama ransomware il software che cripta i dati del computer o li rende inaccessibili grazie ad una password impossibile da indovinare. “Gli hacker più esperti –spiega Sartor- usano password di 2048 caratteri, quelli meno bravi da 256. Sulla schermata del computer appare la richiesta di riscatto e, a seconda di quanto valgono le proprie informazioni, si tratta di qualche migliaia di euro fino a centinaia di migliaia di euro. I pirati informatici chiedono di essere contattati attraverso una mail, ma alcuni sono talmente organizzati – aggiunge Sartor- da aver istituito dei veri e propri call center. Affichè i pagamenti non siano tracciabili vengono richiesti in più tranche sotto i mille euro da appoggiare su svariati conti stranieri. Più che di individui singoli –aggiunge- si tratta spesso di vere e proprie organizzazioni criminali che operano per la maggior parte dall’Est Europa. Dai Paesi stranieri, dove le maglie della legge sono più larghe, fanno partire i loro attacchi anche gli hacker italiani”.

 

Carlo Alberto Sartor

Carlo Alberto Sartor

Per ritornare in possesso delle proprie informazioni naturalmente c’è chi paga. Non tutti, infatti, hanno un’adeguata procedura di backup secondo le regole della tutela della privacy per recuperarli senza danni. “Non solo –aggiunge Sartor- c’è chi per incompetenza o pigrizia non esegue un sistematico salvataggio dei dati. Tuttavia, se i sistemi informatici sono stati ben allestiti, in alcuni casi si può comunque aggirare il blocco recuperando le informazioni attraverso l’utilizzo di programmi forensi”. Una volta recuperati i dati resta però il problema che possano essere stati copiati. Immaginate, ad esempio, il danno che può subire un’azienda cui viene rubato un progetto su cui aveva molto investito e che attendeva solo di essere brevettato. “I dati dei nostri computer –spiega ancora l’esperto – sono un po’ come il maiale: non si butta via niente perché ciò che non serve ad un pirata informatico può servire ad un altro in un fiorente mercato di scambio e vendita di informazioni. Per questo chi ha subito un primo attacco è esposto ad altri”.

Diventa dunque importantissimo evitare il primo attacco informatico. “ Firewall adeguati, protezione delle comunicazioni wireless dalle intercettazioni, una robusta procedura di backup o salvataggi su servizi cloud che non vanno mai scelti solo in base alla convenienza, vigilanza sui propri fornitori di sistemi e uso di software originali poiché sono proprio gli hacker a immettere sul mercato quelli gratuiti per introdursi nei computer: questi –spiega Sartor- sono accorgimenti di minima che, tuttavia, non tutti adottano. E’ sorprendente, ad esempio quanto poco si presti attenzione al backup, anche nelle aziende.  La sicurezza informatica, però, è data da un’insieme di azioni che debbono tenere conto del fattore umano. Per questo è fondamentale formare il personale sui comportamenti da tenere in rete o su come riconoscere azioni sospette per carpire informazioni importanti. In alcuni casi è da considerare anche l’impiego stabile di un esperto che monitori costantemente la sicurezza informatica”. E se qualcuno si inserisce nei nostri sistemi? “Non fate nulla –ammonisce Sartor-. Qualsiasi tentativo di recuperare i dati complicherebbe solo il lavoro dell’esperto”.

 

Pubblicato su ‘Il Giornale di Vicenza il 12 luglio 2015′ pag. 16

L’Europa matrigna che dobbiamo cambiare

Non c’è nessun concetto di ‘Unione’ in questa UE. Che il referendum di oggi ci aiuti a cambiarla.

Conosco un’ Europa che per anni ha stabilito quanto latte dovevamo produrre, la lunghezza e il calibro ‘giusti’ di frutta e verdura e persino la curvatura del cetriolo. Un’ Europa che ancora oggi mantiene standard sulle caratteristiche per la commercializzazione di buona parte di prodotti ortofrutticoli.

Un’ Europa che ci diffida perché dovremmo permettere di produrre formaggi col latte in polvere.

Un’ Europa che legifera dalla parte delle multinazionali del food e dell’abbigliamento.

Un’ Europa economicamente integralista ma indifferente alle sofferenze che genera il suo rigore e che abbandona a se stesso il suo sud invaso da migliaia di disperati e che quando interviene lo fa troppo tardi e con misure di minima e solo perchè i morti sono davvero troppi per ignorarli.

E’ vero, senza questa Europa l’Italia e tanti altri Paesi avrebbero continuato la loro allegra gestione senza preoccuparsi dei debiti e non saremo stati sollecitati, ad esempio, su più equilibrate politiche di genere o l’introduzione del reato di tortura e leggi più stringenti contro la corruzione.

Ricordate? Quando eravamo bambini piantavamo alberi nelle scuole per una idea di Europa gioiosa, florida che immaginavamo come una grande comunità cui appartenere.

Forse erano gli alberi della fiaba di Pinocchio sotto i quali, noi inconsapevoli, erano state sotterrate monete nella convinzione che si moltiplicassero. Ma era un inganno.

Perchè quella di cui abbiamo fatto esperienza è l’Europa dell’ euro e delle banche, strutturata sulle esigenze delle grandi imprese dove i più forti dettano legge. E non può avere futuro se impone, non i sacrifici che pure sono necessari, ma li struttura in modo da seminare sofferenze  e divisioni. Apparteniamo a questo continente, ma questa non è l’Europa che vogliamo. Non c’è nessun concetto di Unione in questa Ue. E’ un’entità geografica ed economica, nulla di più.

L’ Europa deve il suo stesso nome alla Grecia . E oggi, che là dove il continente ha le sue radici si decide il suo futuro, sembra una nemesi.

Tra i vari significati del nome Europa, si legge su Wikipedia,  c’è anche quello di ‘occhio’, inteso come ‘ampio sguardo’,  interpretazione che era anche un appellativo della luna piena associata, presso diversi popoli antichi, alla divinità primordiale nota come Grande Madre.

Altro che ‘ampio sguardo’. Questa Europa è miope. E non è Madre, è matrigna. 

L’auspicio è che Merkel e co. non reagiscano col pugno di ferro per quello che considerano il pericoloso pericoloso precedente della vittoria del No nel referendum greco che (finalmente) li mette in minoranza.  Il rischio reale  è che colpiscano definitivamente a morte un Paese, la Grecia, per educarne 100.

Tsipras sa che sta giocando d’azzardo, che sta rischiando tutto per rimettere in sesto un Paese pur pieno di colpe per la folle gestione dei propri conti negli anni passati. Ma in gioco non c’è solo il futuro della Grecia,  ma un’idea diversa di Europa.

Che il referendum di oggi ci aiuti a cambiarla. Perchè dell’Europa, e di un’Europa nuova, abbiamo bisogno.

Buona fortuna, Grecia.  Buona fortuna a tutti noi.

 

@CinziaZuccon

 Fb

 

 

La teoria di Hawking e la realtà dell’amore

Quanto può durare un amore, quanto può resistere alle prove che la vita impone anche quando queste erano attese, deliberatamente scelte? Quando è ora di lasciarsi?

E’ a queste domande che, sorprendentemente, ho trovato una risposta vedendo il film di James March ‘La Teoria del Tutto’, la storia di Stephen Hawking  tratta dal libro della moglie Jane. Nella vicenda umana del grande astrofisico spicca infatti l’anatomia di un amore.

Da qui in avanti ci sono spoiler, regolatevi…

A soli 21 anni a Stephen Hawking, promettente matematico, viene diagnosticata la distrofia muscolare progressiva. Davanti, solo due anni di vita da consumarsi in una lenta agonia: una mente geniale destinata a rimanere intatta in un corpo che la malattia avvilupperà in cerchi sempre più concentrici, immobilizzandolo. Jane, vincendo le resistenze dello stesso Stephen, lo sposa.

L’accettazione della malattia, l’amore che hanno l’uno per l’altra e la tenacia di entrambi compiono il miracolo di regalare loro tre figli e una vita piena. La mente di Stephen, il suo spirito indomito, la sua sottile ironia gli permetteranno di andare oltre la gabbia del corpo tanto da affermarsi come uno degli scienziati più noti al mondo. E’ lui il centro della  vita di Jane e lei mette da parte aspirazioni e non misura la fatica, sempre più gravosa, di assisterlo. Solo dopo anni di matrimonio Hawking è infatti disposto ad accettare qualcuno in casa che le dia una mano. E’ il giovane maestro del coro della chiesa, da poco vedovo, con il quale Jane apre dentro se stessa il varco alla possibilità di una vita diversa.

Lo si intuisce solamente, perchè è un amore non detto, non vissuto. Un amore che conosce il limite del dovere, il confine imposto dal rispetto, l’imperativo delle promesse da onorare. Un amore che mette in secondo piano il proprio bisogno per un bisogno più grande, quello di Stephen e della famiglia. Un amore da soffocare sottraendo parole, evitando sguardi e scegliendo, alla fine, la separazione, la distanza, e con esse il seppellimento di possibilità e desideri che finiscono per spegnere luce negli occhi di lei.

Eppure, sarà proprio Stephen, alla fine, a decidere di lasciare Jane per cominciare una nuova vita in America con un’altra donna. E’ l’infermiera che lo assiste e con la quale si crea presto quell’empatia che con Jane non c’è più, quella complicità che la vita ha usurato. Il modo in cui lo comunica a Jane è di una sorprendente naturalezza. Forse solo un fisico, solo un uomo così pragmatico può renderlo tanto semplice, dolce persino.

Non servono molte parole per spiegare la fine di un amore. Finisce. Punto.

Le persone si incontrano, si amano si donano l’una all’altra in pienezza e nello stesso tempo, inconsapevoli, assolvono al loro compito con noi e noi con loro. Possono dedicarci l’intera esistenza e, nonostante questo, è giusto lasciarle. O lasciarle andare. E la cosa straordinaria è che si può farlo con amore e per amore.

Nel modo in cui Stephen comunica alla moglie che la lascerà per un’altra emerge questa semplice verità nella sua incontrovertibile chiarezza, come l’ esatta, lampante  bellezza del risultato di un’equazione nella quale le incognite non ricomprendono mai i limiti imposti dall’ egoismo o dall’ obbligo. Con gli occhi le sta dicendo: sei nel mio cuore e resterai il mio bene, insieme abbiamo fatto qualcosa di meraviglioso. Sono grato all’amore, quello che ho avuto per te e che tu mi hai donato e che mi ha permesso di raggiungere traguardi meravigliosi. Comunque sia non ci perderemo, ma è il momento di andare oltre per il bene di entrambi.

E’ nuova vita per lui che dà nuova vita a lei.

L’amore non si crea né si distrugge. Si trasforma e ci trasforma. Può durare nell’infinito dei nostri canoni, oppure no.

Come nella teoria di Hawking, anche per l’amore il tempo è un concetto immaginario. L’amore non  conosce il tempo, è eterno nella misura in cui è parte del flusso della nostra evoluzione, del tutto in cui siamo immersi e che, spesso, ci ostiniamo a non voler vedere.

Fino a quando non è il momento.

@CinziaZuccon

 Fb

 

Adottate un digital disruptor (prima che faccia a pezzi il vostro business)

Si chiamano ‘digital disruptors’ e introducono trasformazioni radicali nella società, nelle imprese. Lo fanno attraverso la comunicazione o con  le loro idee capaci di travolgere aziende e organizzazioni. Avvertono bisogni emergenti e si inventano soluzioni per migliorarvi la vita mentre, allo stesso tempo, minano vecchi modelli di business.

Qualche esempio? Uber, incubo di tutti i tassisti, ogni mese genera 50 mila posti di lavoro nel mondo. O Airbnb, inventato da un gruppo di ragazzi  californiani, guadagna sull’intermediazione di alloggi privati prestati  per le vacanze (un milione di annunci sulla piattaforma) e solo a Parigi lo scorso anno ha sottratto al mercato degli hotel 200 milioni di euro. Per non parlare dei giovani francesi che, stufi di pagare il trasporto pubblico, hanno sfornato la app gratuita Blablacar per offrire o dare passaggi in auto; oggi è già ad un nuovo round di finanziamento grazie ad altri 100 milioni ottenuti per sviluppare il business in tutto il mondo. Senza contare WhatsApp o i nuovi sistemi di pagamento tramite smartphone come Square. O Stripe, inventata da ragazzini, vale 600 milioni di dollari. “I digital disruptors non hanno limiti: possono intaccare, riorientare e dare nuovo valore ad ogni settore”.

Innovazione devastante

Giovanni Fagherazzi, CTO Develon

Giovanni Fagherazzi, CTO Develon

Con queste premesse ce n’era abbastanza perchè Giovanni Fagherazzi –Cto della digital company Develon– catturasse l’attenzione degli imprenditori presenti alla business school Cuoa alla presentazione della nuova fase del progetto d.school -in collaborazione con Regione Veneto e  Fondazione Cuoa-. La scuola della digital company Develon alleva talenti digitali; avviata l’autunno scorso, ad aprile varerà due startup digitali. E’ solo l’inizio di una più vasta formazione in questo senso al servizio di imprese nuove o di lungo corso. Del resto, o ci si adegua o si soccombe. Per Larry Downes e Paul Nunes, autori di ‘Big Bang disruption’, questa è ‘L’era dell’innovazione devastante’ perché piccole startup, con piccoli capitali possono sovvertire in tempi brevissimi tutte le regole. “Con il 40% della popolazione mondiale connessa a internet i digital disruptors sono ovunque –sottolinea Fagherazzi- con un migliaio di euro possono testare e ottimizzare il loro modello di business tramite survey (sondaggi) sui social e, sempre attraverso  la rete, possono trovare fondi”.

Terreno fertile

In Italia la Top 100  del 2015 di StartupItalia annovera idee geniali in tutti i campi. Nella classifica di Riccardo Luna svetta su tutte Empatica, un bracciale in grado di prevedere le crisi epilettiche che ha raccolto due milioni di euro da una campagna di crowdfunding; o MusiXmatch: il più grande archivio al mondo in costruzione con testi di canzoni da connettere alle playlist, fattura già un milione  e mezzo di euro; o, ancora, Greenrail: eco-binari capaci di produrre energia al passaggio dei treni. Secondo Fagherazzi se in nel nostro paese c’è qualcuno che la crisi agevola sono proprio i loro, digital disruptors. “In Italia–spiega il Cto di Develon- trovano l’ambiente ideale perché le aziende investono poco in ricerca e sviluppo, le nuove idee fanno parlare i media, servizi e partnership costano molto meno che in passato e c’è l’interesse degli investitori. Un esempio per tutti: Prestiamoci dell’incubatore italiano Digital Magix è stata venduta per 5,3 milioni di euro”.

Banche in allerta

Prestiamoci è la piattaforma di prestiti tra persone leader in Italia, ma è solo una delle startup innovative in questo ambito. “C’è una rivoluzione silenziosa in atto –spiega Fagherazzi- che sta letteralmente bypassando il sistema bancario. Lo dimostra anche il successo del circuito di credito commerciale Sardex. Lo scorso anno in Sardegna 2500 aziende si sono  scambiate beni e servizi per 36 milioni di euro compensando così debiti e crediti senza passare attraverso le banche; il progetto sta invadendo altre regioni italiane, tra le quali il Veneto. Non solo, gli stessi innovatori digitali si autofinanziano tramite piattaforme di crowdfunding. Nel 2013 solo Kickstarter ha finanziato progetti di innovazione digitale per 490 milioni di dollari- AngelList, altra piattaforma, raggruppa 400 mila aziende del digital business, di queste 132 mila già finanziate e oltre 5800 sono costrette a cercare programmatori scendendo in strada con i cartelli di offerta di lavoro”.

Adottateli

Nessun business, insomma, può dirsi al sicuro perché a contraddistingue questi innovatori è la capacità di stare dalla parte dei clienti, di creare loro un vantaggio e soddisfare bisogni emergenti. E’ così che scavano tunnel sotto a modelli di business che crediamo consolidati facendoli crollare. Per questo è importante che le aziende stiano in questo flusso del cambiamento. “Il messaggio, dunque –conclude Fagherazzi- è uno solo: adottate un digital disruptor, prima che sia lui  ad adottare il vostro business”.

I collaboratori di Develon group. A destra, in piedi, il fondatore Lorenzo Gottin

@develon missione Usa

Architetti, ingegneri, designer esperti in logistica o in maketing, alla d.school le idee nascono perché più saperi si contaminano. “Ma la demolizione di vecchi modelli richiede molta disciplina e un linguaggio comune. Garantire queste condizioni –spiega il cto di Develon- è tra i compiti della nostra scuola che alleva talenti digitali”. Develon è specializzata in strategie di comunicazione, siti web, app mobile, portali e-commerce, web e social media marketing. Nata ad Altavilla (Vicenza), l’azienda fondata da Lorenzo Gottin ha una sede anche a Milano e occupa in tutto una settantina di ragazzi. Uno dei cardini del business è Fullycommerce che gestisce in completo outsourcing l’e-commerce aziendale. Oggi sono 35 gli store attivi tra cui Dainese, Cisalfa, Naturino, Durex. Il progetto è già sbarcato negli Usa per sostenere le imprese italiane nel mercato americano. La sede operativa è a Miami mentre i magazzini di stoccaggio si trovano in North Carolina. Il servizio sarà operativo tra due mesi.

@CinziaZuccon

Pubblicato su Il Giornale di Vicenza il 3 febbraio 2015

Musulmani di vera fede, tocca a voi

Il terrorismo non si combatte senza il contributo forte di musulmani che prendano le distanze dalle violenze commesse nel nome di Dio

All’ indomani dell’11 settembre d’Europa ‘Sottomissione’ di Michel Houellebecq è citato come il libro destinato ad essere il più venduto dell’anno, Marie Le Pen è già designata come la nuova presidente di Francia, i movimenti politici xenofobi di tutta Europa si rafforzano e ‘La Rabbia e l’orgoglio’ di Oriana Fallaci è citato a manifesto  della nostra guerra santa all’Islam.

C’è da aver paura, sì. C’è da aver paura a percorrere una strada che fa gioco alla convenienza politica che si alimenta con l’odio rabbioso. La risposta americana all’attacco alle Torri Gemelle non ci ha reso più liberi nè più sicuri, ne abbiamo la prova. E’ la strada che ha condotto a versare altro sangue innocente, al moltiplicarsi degli attentati da Madrid, a  Londra, a Parigi. Di quanti altri 11 settembre d’Europa avremo bisogno per capire che la strategia da mettere in atto è un’altra?

La campagna 'Non nel mio nome' dei giovani musulmani

La campagna ‘Non nel mio nome’ dei giovani musulmani

La nostra è una guerra all’integralismo religioso, lo stesso sul quale Charlie Hebdo non faceva distinzioni. Ma è anche una lotta all’integralismo politico che si illude di sconfiggere quello islamico che si nutre della povertà e si alleva nell’ignoranza alimentando una strategia criminale che nulla ha  a che vedere con Allah o con la religione. Sono i musulmani stessi a ribadirlo in queste ore, quelli che ci siamo abituati a definire moderati e che sono destinati ad essere guardati con crescente sospetto perché il clima di oggi sul quale fa leva l’utilitarismo politico non ammette distinzioni. Eppure, proprio da quei musulmani che sono la stragrande, silenziosa maggioranza, deve partire il cambiamento. Non possono più sottrarsi. La guerra al terrorismo esige la loro mobilitazione.

Abbiano il coraggio, gli Imam, di condannare pubblicamente il massacro in Francia e qualsiasi violenza in nome di Allah.  E non con semplici dichiarazioni di circostanza. Lo predichino nelle moschee, organizzino in prima persona raduni che inondino le piazze di ogni capitale europea e ciascun musulmano di vera Fede, insieme a noi, innalzi un cartello con scritto ‘Io Sono Charlie’.

Lo facciano in nome di quell’ Europa della libertà che consente loro di indossare il velo per strada, di preparare menu rispettosi delle loro credenze nelle scuole, di trovare cibi halal nei supermercati. La libertà di muoversi, di esprimersi con qualsiasi mezzo. Se vivono qui è perchè la nostra è un civiltà talmente rispettosa delle differenze da difendere il loro diritto a riunirsi in preghiera e di permettere loro di costruire moschee quando nei loro Paesi, sempre più spesso, i cristiani vengono arsi vivi nelle chiese e il solo fatto di portare al collo un crocifisso equivale ad una condanna a morte. E’ l’Europa che li ha accolti, che ha dato loro un lavoro, una speranza e che, faticosamente, lavora per combattere discriminazioni e diseguaglianze che pure ci sono.

Il loro brusio sommesso non basta, si confonde con il silenzio complice che fa gioco al terrore spietato.

 E’ tempo di gridarlo che il vero Islam è altro. Adesso. 

Perchè la satira va difesa

Mentre i cristiani nel mondo vengono arsi vivi nelle chiese, in Europa i musulmani hanno trovato diritti e libertà. Valori  che non sono negoziabili.

La vignetta in cui Maometto si dispera per gli integralisti

La vignetta in cui Maometto si dispera per gli integralisti

I grandi media americani hanno deciso di non pubblicare le vignette su Maometto considerate la causa della strage nella redazione di Charlie Hebdo. Se da un lato è comprensibile una posizione che eviti ulteriori provocazioni e limiti i rischi, dall’altro, nel paese dove la libertà di stampa è sancita dal primo emendamento della Costituzione è una decisione che ha il sapore di un pericoloso cedimento, della paura che prende il sopravvento. E non è possibile, non adesso. Non oggi.

Leggo anche che bisogna chiedersi perché avvengono tragedie come il massacro a Parigi, quasi che quei giornalisti ‘se la fossero andata a cercare’ insistendo sulla linea che denigrava il Profeta e la loro religione.

Non mi piacciono affatto queste vignette provocatorie e non ne ho mai diffusa una prima di oggi; penso sia necessario favorire il dialogo, non aizzare gli animi e offrire pretesti per alimentare l’odio di chi ha ben altri obiettivi che difendere una religione e in futuro sarà bene interrogarsi se val la pena porsi dei limiti, anche da un punto di vista editoriale, come parte della strategia per contrastare il terrorismo islamico. Ma che si apprezzi o meno questo tipo di satira,  non ha alcuna importanza. Oggi non è questo il punto.

Il punto è che è parte della nostra libertà disegnare anche quelle vignette. E’ questo stesso ampio e radicato concetto di libertà e diritti che permette ai milioni di musulmani che sono venuti in Europa di pregare liberamente e di vestirsi come vogliono, di aprire le loro macellerie con carni rigorosamente halal.

Non viene loro imposto di rinnegare la loro religione, né le loro consuetudini. Ma nessuno può massacrare nessuno per condannare ciò che ritiene offensivo e mai in Europa qualcuno si sognerebbe di sparare dentro una redazione perchè ha pubblicato un’irridente o sconcio disegnino del papa. Una matita non uccide. L’integralismo sì.

Ci sono principi sui quali non si può transigere e la libertà di stampa, il diritto di critica, di satira è tra i fondamenti di qualsiasi democrazia.

Per questo oggi mi sarei augurata che qualsiasi giornale del mondo libero pubblicasse quelle vignette per dire, davvero: ‘Siamo tutti Charlie Hebdo’, dovrete ucciderci tutti.

Pubblicare quelle vignette è difendere quel principio di libertà, e un atto politico.