L’Europa matrigna che dobbiamo cambiare

Non c’è nessun concetto di ‘Unione’ in questa UE. Che il referendum di oggi ci aiuti a cambiarla.

Conosco un’ Europa che per anni ha stabilito quanto latte dovevamo produrre, la lunghezza e il calibro ‘giusti’ di frutta e verdura e persino la curvatura del cetriolo. Un’ Europa che ancora oggi mantiene standard sulle caratteristiche per la commercializzazione di buona parte di prodotti ortofrutticoli.

Un’ Europa che ci diffida perché dovremmo permettere di produrre formaggi col latte in polvere.

Un’ Europa che legifera dalla parte delle multinazionali del food e dell’abbigliamento.

Un’ Europa economicamente integralista ma indifferente alle sofferenze che genera il suo rigore e che abbandona a se stesso il suo sud invaso da migliaia di disperati e che quando interviene lo fa troppo tardi e con misure di minima e solo perchè i morti sono davvero troppi per ignorarli.

E’ vero, senza questa Europa l’Italia e tanti altri Paesi avrebbero continuato la loro allegra gestione senza preoccuparsi dei debiti e non saremo stati sollecitati, ad esempio, su più equilibrate politiche di genere o l’introduzione del reato di tortura e leggi più stringenti contro la corruzione.

Ricordate? Quando eravamo bambini piantavamo alberi nelle scuole per una idea di Europa gioiosa, florida che immaginavamo come una grande comunità cui appartenere.

Forse erano gli alberi della fiaba di Pinocchio sotto i quali, noi inconsapevoli, erano state sotterrate monete nella convinzione che si moltiplicassero. Ma era un inganno.

Perchè quella di cui abbiamo fatto esperienza è l’Europa dell’ euro e delle banche, strutturata sulle esigenze delle grandi imprese dove i più forti dettano legge. E non può avere futuro se impone, non i sacrifici che pure sono necessari, ma li struttura in modo da seminare sofferenze  e divisioni. Apparteniamo a questo continente, ma questa non è l’Europa che vogliamo. Non c’è nessun concetto di Unione in questa Ue. E’ un’entità geografica ed economica, nulla di più.

L’ Europa deve il suo stesso nome alla Grecia . E oggi, che là dove il continente ha le sue radici si decide il suo futuro, sembra una nemesi.

Tra i vari significati del nome Europa, si legge su Wikipedia,  c’è anche quello di ‘occhio’, inteso come ‘ampio sguardo’,  interpretazione che era anche un appellativo della luna piena associata, presso diversi popoli antichi, alla divinità primordiale nota come Grande Madre.

Altro che ‘ampio sguardo’. Questa Europa è miope. E non è Madre, è matrigna. 

L’auspicio è che Merkel e co. non reagiscano col pugno di ferro per quello che considerano il pericoloso pericoloso precedente della vittoria del No nel referendum greco che (finalmente) li mette in minoranza.  Il rischio reale  è che colpiscano definitivamente a morte un Paese, la Grecia, per educarne 100.

Tsipras sa che sta giocando d’azzardo, che sta rischiando tutto per rimettere in sesto un Paese pur pieno di colpe per la folle gestione dei propri conti negli anni passati. Ma in gioco non c’è solo il futuro della Grecia,  ma un’idea diversa di Europa.

Che il referendum di oggi ci aiuti a cambiarla. Perchè dell’Europa, e di un’Europa nuova, abbiamo bisogno.

Buona fortuna, Grecia.  Buona fortuna a tutti noi.

 

@CinziaZuccon

 Fb

 

 

La teoria di Hawking e la realtà dell’amore

Quanto può durare un amore, quanto può resistere alle prove che la vita impone anche quando queste erano attese, deliberatamente scelte? Quando è ora di lasciarsi?

E’ a queste domande che, sorprendentemente, ho trovato una risposta vedendo il film di James March ‘La Teoria del Tutto’, la storia di Stephen Hawking  tratta dal libro della moglie Jane. Nella vicenda umana del grande astrofisico spicca infatti l’anatomia di un amore.

Da qui in avanti ci sono spoiler, regolatevi…

A soli 21 anni a Stephen Hawking, promettente matematico, viene diagnosticata la distrofia muscolare progressiva. Davanti, solo due anni di vita da consumarsi in una lenta agonia: una mente geniale destinata a rimanere intatta in un corpo che la malattia avvilupperà in cerchi sempre più concentrici, immobilizzandolo. Jane, vincendo le resistenze dello stesso Stephen, lo sposa.

L’accettazione della malattia, l’amore che hanno l’uno per l’altra e la tenacia di entrambi compiono il miracolo di regalare loro tre figli e una vita piena. La mente di Stephen, il suo spirito indomito, la sua sottile ironia gli permetteranno di andare oltre la gabbia del corpo tanto da affermarsi come uno degli scienziati più noti al mondo. E’ lui il centro della  vita di Jane e lei mette da parte aspirazioni e non misura la fatica, sempre più gravosa, di assisterlo. Solo dopo anni di matrimonio Hawking è infatti disposto ad accettare qualcuno in casa che le dia una mano. E’ il giovane maestro del coro della chiesa, da poco vedovo, con il quale Jane apre dentro se stessa il varco alla possibilità di una vita diversa.

Lo si intuisce solamente, perchè è un amore non detto, non vissuto. Un amore che conosce il limite del dovere, il confine imposto dal rispetto, l’imperativo delle promesse da onorare. Un amore che mette in secondo piano il proprio bisogno per un bisogno più grande, quello di Stephen e della famiglia. Un amore da soffocare sottraendo parole, evitando sguardi e scegliendo, alla fine, la separazione, la distanza, e con esse il seppellimento di possibilità e desideri che finiscono per spegnere luce negli occhi di lei.

Eppure, sarà proprio Stephen, alla fine, a decidere di lasciare Jane per cominciare una nuova vita in America con un’altra donna. E’ l’infermiera che lo assiste e con la quale si crea presto quell’empatia che con Jane non c’è più, quella complicità che la vita ha usurato. Il modo in cui lo comunica a Jane è di una sorprendente naturalezza. Forse solo un fisico, solo un uomo così pragmatico può renderlo tanto semplice, dolce persino.

Non servono molte parole per spiegare la fine di un amore. Finisce. Punto.

Le persone si incontrano, si amano si donano l’una all’altra in pienezza e nello stesso tempo, inconsapevoli, assolvono al loro compito con noi e noi con loro. Possono dedicarci l’intera esistenza e, nonostante questo, è giusto lasciarle. O lasciarle andare. E la cosa straordinaria è che si può farlo con amore e per amore.

Nel modo in cui Stephen comunica alla moglie che la lascerà per un’altra emerge questa semplice verità nella sua incontrovertibile chiarezza, come l’ esatta, lampante  bellezza del risultato di un’equazione nella quale le incognite non ricomprendono mai i limiti imposti dall’ egoismo o dall’ obbligo. Con gli occhi le sta dicendo: sei nel mio cuore e resterai il mio bene, insieme abbiamo fatto qualcosa di meraviglioso. Sono grato all’amore, quello che ho avuto per te e che tu mi hai donato e che mi ha permesso di raggiungere traguardi meravigliosi. Comunque sia non ci perderemo, ma è il momento di andare oltre per il bene di entrambi.

E’ nuova vita per lui che dà nuova vita a lei.

L’amore non si crea né si distrugge. Si trasforma e ci trasforma. Può durare nell’infinito dei nostri canoni, oppure no.

Come nella teoria di Hawking, anche per l’amore il tempo è un concetto immaginario. L’amore non  conosce il tempo, è eterno nella misura in cui è parte del flusso della nostra evoluzione, del tutto in cui siamo immersi e che, spesso, ci ostiniamo a non voler vedere.

Fino a quando non è il momento.

@CinziaZuccon

 Fb

 

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Adottate un digital disruptor (prima che faccia a pezzi il vostro business)

Si chiamano ‘digital disruptors’ e introducono trasformazioni radicali nella società, nelle imprese. Lo fanno attraverso la comunicazione o con  le loro idee capaci di travolgere aziende e organizzazioni. Avvertono bisogni emergenti e si inventano soluzioni per migliorarvi la vita mentre, allo stesso tempo, minano vecchi modelli di business.

Qualche esempio? Uber, incubo di tutti i tassisti, ogni mese genera 50 mila posti di lavoro nel mondo. O Airbnb, inventato da un gruppo di ragazzi  californiani, guadagna sull’intermediazione di alloggi privati prestati  per le vacanze (un milione di annunci sulla piattaforma) e solo a Parigi lo scorso anno ha sottratto al mercato degli hotel 200 milioni di euro. Per non parlare dei giovani francesi che, stufi di pagare il trasporto pubblico, hanno sfornato la app gratuita Blablacar per offrire o dare passaggi in auto; oggi è già ad un nuovo round di finanziamento grazie ad altri 100 milioni ottenuti per sviluppare il business in tutto il mondo. Senza contare WhatsApp o i nuovi sistemi di pagamento tramite smartphone come Square. O Stripe, inventata da ragazzini, vale 600 milioni di dollari. “I digital disruptors non hanno limiti: possono intaccare, riorientare e dare nuovo valore ad ogni settore”.

Innovazione devastante

Giovanni Fagherazzi, CTO Develon

Giovanni Fagherazzi, CTO Develon

Con queste premesse ce n’era abbastanza perchè Giovanni Fagherazzi –Cto della digital company Develon– catturasse l’attenzione degli imprenditori presenti alla business school Cuoa alla presentazione della nuova fase del progetto d.school -in collaborazione con Regione Veneto e  Fondazione Cuoa-. La scuola della digital company Develon alleva talenti digitali; avviata l’autunno scorso, ad aprile varerà due startup digitali. E’ solo l’inizio di una più vasta formazione in questo senso al servizio di imprese nuove o di lungo corso. Del resto, o ci si adegua o si soccombe. Per Larry Downes e Paul Nunes, autori di ‘Big Bang disruption’, questa è ‘L’era dell’innovazione devastante’ perché piccole startup, con piccoli capitali possono sovvertire in tempi brevissimi tutte le regole. “Con il 40% della popolazione mondiale connessa a internet i digital disruptors sono ovunque –sottolinea Fagherazzi- con un migliaio di euro possono testare e ottimizzare il loro modello di business tramite survey (sondaggi) sui social e, sempre attraverso  la rete, possono trovare fondi”.

Terreno fertile

In Italia la Top 100  del 2015 di StartupItalia annovera idee geniali in tutti i campi. Nella classifica di Riccardo Luna svetta su tutte Empatica, un bracciale in grado di prevedere le crisi epilettiche che ha raccolto due milioni di euro da una campagna di crowdfunding; o MusiXmatch: il più grande archivio al mondo in costruzione con testi di canzoni da connettere alle playlist, fattura già un milione  e mezzo di euro; o, ancora, Greenrail: eco-binari capaci di produrre energia al passaggio dei treni. Secondo Fagherazzi se in nel nostro paese c’è qualcuno che la crisi agevola sono proprio i loro, digital disruptors. “In Italia–spiega il Cto di Develon- trovano l’ambiente ideale perché le aziende investono poco in ricerca e sviluppo, le nuove idee fanno parlare i media, servizi e partnership costano molto meno che in passato e c’è l’interesse degli investitori. Un esempio per tutti: Prestiamoci dell’incubatore italiano Digital Magix è stata venduta per 5,3 milioni di euro”.

Banche in allerta

Prestiamoci è la piattaforma di prestiti tra persone leader in Italia, ma è solo una delle startup innovative in questo ambito. “C’è una rivoluzione silenziosa in atto –spiega Fagherazzi- che sta letteralmente bypassando il sistema bancario. Lo dimostra anche il successo del circuito di credito commerciale Sardex. Lo scorso anno in Sardegna 2500 aziende si sono  scambiate beni e servizi per 36 milioni di euro compensando così debiti e crediti senza passare attraverso le banche; il progetto sta invadendo altre regioni italiane, tra le quali il Veneto. Non solo, gli stessi innovatori digitali si autofinanziano tramite piattaforme di crowdfunding. Nel 2013 solo Kickstarter ha finanziato progetti di innovazione digitale per 490 milioni di dollari- AngelList, altra piattaforma, raggruppa 400 mila aziende del digital business, di queste 132 mila già finanziate e oltre 5800 sono costrette a cercare programmatori scendendo in strada con i cartelli di offerta di lavoro”.

Adottateli

Nessun business, insomma, può dirsi al sicuro perché a contraddistingue questi innovatori è la capacità di stare dalla parte dei clienti, di creare loro un vantaggio e soddisfare bisogni emergenti. E’ così che scavano tunnel sotto a modelli di business che crediamo consolidati facendoli crollare. Per questo è importante che le aziende stiano in questo flusso del cambiamento. “Il messaggio, dunque –conclude Fagherazzi- è uno solo: adottate un digital disruptor, prima che sia lui  ad adottare il vostro business”.

I collaboratori di Develon group. A destra, in piedi, il fondatore Lorenzo Gottin

@develon missione Usa

Architetti, ingegneri, designer esperti in logistica o in maketing, alla d.school le idee nascono perché più saperi si contaminano. “Ma la demolizione di vecchi modelli richiede molta disciplina e un linguaggio comune. Garantire queste condizioni –spiega il cto di Develon- è tra i compiti della nostra scuola che alleva talenti digitali”. Develon è specializzata in strategie di comunicazione, siti web, app mobile, portali e-commerce, web e social media marketing. Nata ad Altavilla (Vicenza), l’azienda fondata da Lorenzo Gottin ha una sede anche a Milano e occupa in tutto una settantina di ragazzi. Uno dei cardini del business è Fullycommerce che gestisce in completo outsourcing l’e-commerce aziendale. Oggi sono 35 gli store attivi tra cui Dainese, Cisalfa, Naturino, Durex. Il progetto è già sbarcato negli Usa per sostenere le imprese italiane nel mercato americano. La sede operativa è a Miami mentre i magazzini di stoccaggio si trovano in North Carolina. Il servizio sarà operativo tra due mesi.

@CinziaZuccon

Pubblicato su Il Giornale di Vicenza il 3 febbraio 2015

Musulmani di vera fede, tocca a voi

Il terrorismo non si combatte senza il contributo forte di musulmani che prendano le distanze dalle violenze commesse nel nome di Dio

All’ indomani dell’11 settembre d’Europa ‘Sottomissione’ di Michel Houellebecq è citato come il libro destinato ad essere il più venduto dell’anno, Marie Le Pen è già designata come la nuova presidente di Francia, i movimenti politici xenofobi di tutta Europa si rafforzano e ‘La Rabbia e l’orgoglio’ di Oriana Fallaci è citato a manifesto  della nostra guerra santa all’Islam.

C’è da aver paura, sì. C’è da aver paura a percorrere una strada che fa gioco alla convenienza politica che si alimenta con l’odio rabbioso. La risposta americana all’attacco alle Torri Gemelle non ci ha reso più liberi nè più sicuri, ne abbiamo la prova. E’ la strada che ha condotto a versare altro sangue innocente, al moltiplicarsi degli attentati da Madrid, a  Londra, a Parigi. Di quanti altri 11 settembre d’Europa avremo bisogno per capire che la strategia da mettere in atto è un’altra?

La campagna 'Non nel mio nome' dei giovani musulmani

La campagna ‘Non nel mio nome’ dei giovani musulmani

La nostra è una guerra all’integralismo religioso, lo stesso sul quale Charlie Hebdo non faceva distinzioni. Ma è anche una lotta all’integralismo politico che si illude di sconfiggere quello islamico che si nutre della povertà e si alleva nell’ignoranza alimentando una strategia criminale che nulla ha  a che vedere con Allah o con la religione. Sono i musulmani stessi a ribadirlo in queste ore, quelli che ci siamo abituati a definire moderati e che sono destinati ad essere guardati con crescente sospetto perché il clima di oggi sul quale fa leva l’utilitarismo politico non ammette distinzioni. Eppure, proprio da quei musulmani che sono la stragrande, silenziosa maggioranza, deve partire il cambiamento. Non possono più sottrarsi. La guerra al terrorismo esige la loro mobilitazione.

Abbiano il coraggio, gli Imam, di condannare pubblicamente il massacro in Francia e qualsiasi violenza in nome di Allah.  E non con semplici dichiarazioni di circostanza. Lo predichino nelle moschee, organizzino in prima persona raduni che inondino le piazze di ogni capitale europea e ciascun musulmano di vera Fede, insieme a noi, innalzi un cartello con scritto ‘Io Sono Charlie’.

Lo facciano in nome di quell’ Europa della libertà che consente loro di indossare il velo per strada, di preparare menu rispettosi delle loro credenze nelle scuole, di trovare cibi halal nei supermercati. La libertà di muoversi, di esprimersi con qualsiasi mezzo. Se vivono qui è perchè la nostra è un civiltà talmente rispettosa delle differenze da difendere il loro diritto a riunirsi in preghiera e di permettere loro di costruire moschee quando nei loro Paesi, sempre più spesso, i cristiani vengono arsi vivi nelle chiese e il solo fatto di portare al collo un crocifisso equivale ad una condanna a morte. E’ l’Europa che li ha accolti, che ha dato loro un lavoro, una speranza e che, faticosamente, lavora per combattere discriminazioni e diseguaglianze che pure ci sono.

Il loro brusio sommesso non basta, si confonde con il silenzio complice che fa gioco al terrore spietato.

 E’ tempo di gridarlo che il vero Islam è altro. Adesso. 

Perchè la satira va difesa

Mentre i cristiani nel mondo vengono arsi vivi nelle chiese, in Europa i musulmani hanno trovato diritti e libertà. Valori  che non sono negoziabili.

La vignetta in cui Maometto si dispera per gli integralisti

La vignetta in cui Maometto si dispera per gli integralisti

I grandi media americani hanno deciso di non pubblicare le vignette su Maometto considerate la causa della strage nella redazione di Charlie Hebdo. Se da un lato è comprensibile una posizione che eviti ulteriori provocazioni e limiti i rischi, dall’altro, nel paese dove la libertà di stampa è sancita dal primo emendamento della Costituzione è una decisione che ha il sapore di un pericoloso cedimento, della paura che prende il sopravvento. E non è possibile, non adesso. Non oggi.

Leggo anche che bisogna chiedersi perché avvengono tragedie come il massacro a Parigi, quasi che quei giornalisti ‘se la fossero andata a cercare’ insistendo sulla linea che denigrava il Profeta e la loro religione.

Non mi piacciono affatto queste vignette provocatorie e non ne ho mai diffusa una prima di oggi; penso sia necessario favorire il dialogo, non aizzare gli animi e offrire pretesti per alimentare l’odio di chi ha ben altri obiettivi che difendere una religione e in futuro sarà bene interrogarsi se val la pena porsi dei limiti, anche da un punto di vista editoriale, come parte della strategia per contrastare il terrorismo islamico. Ma che si apprezzi o meno questo tipo di satira,  non ha alcuna importanza. Oggi non è questo il punto.

Il punto è che è parte della nostra libertà disegnare anche quelle vignette. E’ questo stesso ampio e radicato concetto di libertà e diritti che permette ai milioni di musulmani che sono venuti in Europa di pregare liberamente e di vestirsi come vogliono, di aprire le loro macellerie con carni rigorosamente halal.

Non viene loro imposto di rinnegare la loro religione, né le loro consuetudini. Ma nessuno può massacrare nessuno per condannare ciò che ritiene offensivo e mai in Europa qualcuno si sognerebbe di sparare dentro una redazione perchè ha pubblicato un’irridente o sconcio disegnino del papa. Una matita non uccide. L’integralismo sì.

Ci sono principi sui quali non si può transigere e la libertà di stampa, il diritto di critica, di satira è tra i fondamenti di qualsiasi democrazia.

Per questo oggi mi sarei augurata che qualsiasi giornale del mondo libero pubblicasse quelle vignette per dire, davvero: ‘Siamo tutti Charlie Hebdo’, dovrete ucciderci tutti.

Pubblicare quelle vignette è difendere quel principio di libertà, e un atto politico.

Andrea Zorzi insegna come fare squadra (davvero)

Zorro lascia sempre il segno. Sono molti gli sportivi che, a fine carriera, diventano life coach, ma Andrea ‘Zorro’ Zorzi, il campione olimpico di pallavolo della generazione di fenomeni allevata da Julio Velasco, alla Facco Gioielli ha piazzato subito una schiacciata che ha infranto il muro dei luoghi comuni: “Si associano sport e vita aziendale parlando di fare squadra, di valori e di passioni –ha messo in chiaro il campione- ma c’è anche molta retorica perché le dinamiche non sono sovrapponibili. Nello sport tutto è bianco o nero: o vinci o perdi. In azienda, invece, la gamma dei grigi è ampia. Più semplicemente –ha premesso Zorzi- quello che oggi vi posso offrire è la capacità di guardarvi con occhi diversi e di cogliere analogie e suggerimenti che vi possano tornare utili”.

Zorzi svetta sul gruppo di Facco corporation

Andrea Zorzi svetta sul gruppo di Facco corporation

 

E si è rivelato un gran bel regalo quello ricevuto dai trenta di dipendenti dell’azienda orafa di Camisano (Vicenza) che, per Natale, avevano espressamente chiesto al titolare Gilberto Facco un corso di formazione. Organizzato tramite il Cuoa e con il valido contributo della docente Enrica Quaglio, il pomeriggio con Zorzi si è concentrato su come favorire il gioco di squadra.

 

Dalla leadership alla followership

Come ha spiegato Zorzi la pallavolo è l’unico gioco di squadra che impedisce di toccare due volte la palla: sei obbligato a passarla e nessuno ha mai vinto solo con qualche isolato elemento eccellente. Ma come si fa  a ‘fare squadra’? Qual è la prospettiva di chi riceve indicazioni da chi quella formazione la guida? “Non è facile, del resto si sente tanto parlare di leadership –ha chiosato Zorzi- ma non esistono corsi di followership…”.

 

Niente alibi, fai la tua parte.

Innanzitutto che tu sia in campo o in panchina non pensare mai a cosa faresti se fossi l’allenatore, il tuo compito è dare il massimo nel tuo ruolo . “Appena arrivato – ha raccontato Zorzi- Velasco parlò ad ognuno di noi. Mi chiese cosa, a mio avviso, avrei dovuto fare per diventare il miglior schiacciatore al mondo. Risposi con foga che avrei dovuto allenarmi di più, restare più concentrato. Velasco mi spiazzò dicendomi: ‘Devi schiacciare meglio. Schiacciare è la tua priorità’. Sembrava banale, eppure mi accorsi che disperdevo molte energie in altro. Ciò che ha cambiato la storia della nostra squadra è stato proprio allenarci al massimo ciascuno nel proprio ruolo e in condizioni difficili. Nel mio caso, schiacciando palle alzate male come può capitare in partita. Velasco, si sa, non ammetteva alibi”.

 

Chiarezza di ruoli

L’esercizio sollecitato da Enrica Quaglio tra i lavoratori Facco ha fatto emergere problemi di orgoglio, invidia, mancanza di comunicazione e arroganza che impediscono di collaborare. “Nessuna squadra ne è esente. La nostra era considerata perfetta –ha commentato Zorzi- eppure litigavamo moltissimo. Ma tenevamo sotto controllo orgoglio e invidia parlandone e soprattutto analizzando i problemi oggettivamente in base a fatti, dati statistici. Stabilire delle regole in base a ciò che ciascuno sa fare meglio aiuta anche a  governare le zone di conflitto; nella  pallavolo sono quelle dove non si sa bene di chi sia la palla. E va sottolineato che  si può dire ‘Mia!’, ma non esiste il ‘Tua!’”.

 

Le regole cambiano, accettalo

Un’azienda non è mai ferma, men che meno il contesto di mercato, ma è fondamentale non opporre resistenza. “Nel ’98 le regole della pallavolo furono stravolte –ricordò Zorzi-: niente più cambio palla, introduzione di una figura apparentemente inutile, il libero, e possibilità di giocare anche con i piedi. Non mi piacevano affatto, ma era d’obbligo impegnarsi per ottenere il massimo nel nuovo contesto. Agli italiani è riuscito, diversamente dai russi molto più restii al cambiamento”.

 

Il segreto

Velocità, metodo e lavorare per progetto aiutano ad anticipare il cambiamento, per il resto non c’è un segreto per vincere – ha assicurato Zorzi- ma di sicuro ce n’è uno per perdere: scarso impegno e mancanza di onestà. Chiarezza, rispetto, disponibilità e collaborazione sono imprescindibili. Per il resto, le squadre sono diverse ogni giorno, ma è proprio questa la loro forza. “C’erano giorni in cui – ha ricordato Zorzi- avrei giurato che non mi sarei potuto alzare dal letto per allenarmi eppure, essere insieme per un obiettivo ci aiutava a spronarci. Se vedi che il tuo compagno ce la fa, non puoi mollare. Alle volte era l’allenatore stesso a portarci oltre il limite e solo così capivamo di essere in grado di reagire a ciò che ci sembrava insuperabile, scoprendo di avere insospettabili riserve di energia. Ed è così che accadono i miracoli”.

 

E per condividere il successo premi per tutti

Da sinistra Gilberto Facco, Zorzi, Quaglio

Da sinistra: Gilberto Facco, Andrea Zorzi, Enrica Quaglio

Oltre al corso di formazione, a Natale ciascuno  dei collaboratori della Facco gioielli ha ricevuto in regalo un gioiello e un buono benzina da 250 euro a chiusura di un anno memorabile. L’azienda nel 2014 ha registrato un incremento del fatturato del 30% e, fatto sorprendente per il settore, solo nel mercato italiano. “Produciamo esclusivamente gioielli in oro –spiega il titolare Gilberto Facco- e con prezzi tra i 60 e i 350 euro. L’oro resta un valore, un bene che all’occorrenza si può vendere, lo ha dimostrato il successo dei compro oro in questi anni di crisi. Ciò che per noi è cambiato rispetto al passato è stato però l’approccio al cliente. Se un tempo ci chiedeva le novità e componeva da sè la propria vetrina, oggi offriamo noi soluzioni complete per le cerimonie o i momenti da ricordare. Un servizio con consegne in 24 ore ha fatto il resto”. Un cambio di passo che per l’azienda ha comportato investimenti in studi di mercato, in innovazione e formazione, aree nelle quali –spiega ancora Facco- sono stati investiti il 50% degli utili aziendali. Il fatturato del 2014 è stato pari a 7 milioni e mezzo di euro con vendite per il 60% in Italia. “Ho preferito puntare sull’Italia perché conosco clienti, concorrenti e mercato. Ora -conclude Facco-  siamo pronti per concentrarci sull’estero. Per il 2015 puntiamo a una crescita a due cifre”.

Pubblicato su ‘Il Giornale di Vicenza’ il 3 gennaio 2015

 

Isabella Chiodi, la top manager col fattore ‘D’

Donne e digitale per favorire la competitività

Oggi che nelle aziende si parla molto di valorizzazione della diversità di genere come uno degli strumenti su cui far leva per crescere e migliorare, conferire maggiori spazi e ruoli di peso alle donne significa poter contare su uno stile dirigenziale  e di approccio ai problemi con caratteristiche differenti e complementari a quelle dei colleghi maschi. Top manager del colosso IBM, Isabella Chiodi è una donna che esprime molto bene lo stile che caratterizza il valore aggiunto del potenziale  femminile.

Isabella ChiodiCompetenza, capacità decisionale e relazionale,  i toni pacati di chi stimola il confronto,  un’eleganza ricercata ma mai esibita, sono i tratti distintivi più immediati della Vicepresidente di IBM Europa arrivata ad occupare una posizione di vertice -assicura- senza infrangere alcun soffitto di cristallo, ma solo grazie alla piena  consapevolezza delle proprie capacità e al lavoro sodo.  Ma Isabella Chiodi ha anche la misura di quanto impegno sia ancora necessario per creare una società con un maggior equilibrio di genere e per questo si sta impegnando anche come presidente Aidda, l’associazione che riunisce le donne imprenditrici e dirigenti d’azienda . Da manager con una visione europea dell’impresa, in quest’intervista ci racconta però anche che cosa imprenditori e associazioni di categoria possono fare di più e di meglio per poter competere.

E’ entrata in IBM a 23 anni come  sistemista e oggi è una top manager. Cosa è stato determinante in questa progressione?

Determinazione, impegno, caparbietà e non pormi mai la domanda se fosse un mestiere da donna. 

Non ha avuto figli, però. 

E’ vero,  ma ho colleghe più brave di me che sono madri e che hanno raggiunto gli stessi traguardi. Certo, se si lavora bisogna chiedere aiuto per gestire i figli, al compagno e non solo. Il fatto è che le donne non sono abituate a farsi aiutare, ma è necessario imparare.

All’incontro Aidda all’Isola di S. Servolo  lei ha consigliato la lettura del libro ‘The confidence code’. E’ ancora la scarsa autostima il principale ostacolo  per le donne nel lavoro?

Seneca diceva che non facciamo le cose perché sono difficili, ma sono difficili perché non le facciamo. Infatti spesso le donne rinunciano per paura di sbagliare, ma le sconfitte rinforzano e le rinunce a priori indeboliscono. Perciò meglio sbagliare e sbagliare in fretta, e poi riprovare. La paralisi da paura è la cosa più nefasta.

Tra i suoi obiettivi c’è la collaborazione tra associazioni. E’ possibile un progetto comune per incidere con più forza nel cambiamento?

Per fare rete è necessario favorire la conoscenza delle nostre imprese. Per questo ho promosso tra le socie molte visite aziendali e intendo aprirle anche alle altre associazioni. Poi vorrei rilanciare il progetto per chiedere alle amministrazioni locali l’adozione del bilancio di genere con l’obiettivo di favorire azioni a supporto della cittadinanza femminile. C’è un monte ore non pagato nella nostra economia che grava soprattutto sulle donne, spetta a noi reindirizzare questo modello di società prendendo consapevolezza della forza del bacino elettorale che rappresentiamo. Se l’Italia diventa un Paese per donne si troveranno molto meglio sia i giovani che gli uomini perché per diventare un Paese per donne dovrà avere molta più democrazia e meritocrazia e molte meno rendite di posizione.

In cosa sta differenziando la sua associazione femminile dalle altre?

Pochi convegni e molti tavoli di lavoro per, lo sottolineo tre volte, ‘fare’. Bisogna trovare convergenza di interessi e priorità, mettere a fattore comune le esperienze e trovare sinergie per progetti che da sole non si farebbero. Si tratta di pensare in termini di coopetition, ovvero riconoscere che ci sono aree nelle quali possiamo essere in competizione, ma altre in cui è vantaggioso collaborare; per esempio nell’internazionalizzazione e nello sfruttare le nuove tecnologie. Agli inizi del ‘900 c’è stata una grande emigrazione oggi, per avere più opportunità, l’emigrazione è digitale.

Il digitale è il suo campo, ma non quello di molti imprenditori che delegano agli specialisti. Un errore?

Delegare è estremamente limitante. All’imprenditore non si chiede di essere uno specialista, tuttavia, ha l’obbligo di sapere cosa la tecnologia digitale gli consente di fare di nuovo e di diverso. Non si tratta infatti solo di ottimizzare l’esistente, quanto di concepire il digitale come un fattore abilitante per cambiare la strategia di un’azienda.

Le piccole imprese lamentano che le risorse per innovare mancano e che per il trasferimento tecnologico non hanno rifermenti chiari. Cosa suggerirebbe?

Per orientarsi meglio servirebbe più integrazione tra i centri di ricerca che però dovrebbero anche conoscere le aziende, entrare nella loro mentalità per aiutarle ad esprimere la domanda di innovazione che nelle Pmi è spesso la maggiore difficoltà. Il Fraunhofer Institute in Germania ha capito che la conoscenza dell’industria è necessaria proprio per colmare questo gap.

Dal suo osservatorio in Ibm ha una visone europea dell’impresa. Qual è, a suo avviso, il nostro valore aggiunto e cosa invece ci limita?

Dobbiamo diventare più bravi ad usare i fondi europei e per questo dobbiamo essere in grado di descrivere progetti credibili e dobbiamo fare lobby internazionale, la frammentazione non ci aiuta e il settore turismo lo dimostra. Siamo eccellenti nel gestire le emergenze, ma siamo estremamente carenti in capacità di pianificazione e progettualità, solo a queste due condizioni la nostra creatività è un valore aggiunto.

In questo le associazioni di categoria dovrebbero avere un ruolo maggiore?

Quello che scoraggia gli investimenti è la mancanza di un piano industriale a livello nazionale e regionale e le associazioni categoriali hanno la grandissima responsabilità di proporre dei piani industriali. Gli investimenti di lungo corso hanno bisogno di un orizzonte di interventi chiaro, chi investe ha necessità di sapere che sta andando in una direzione che il Paese supporta.

 

Isabella Chiodi, laureata in fisica, è vicepresidente di IBM Europa dove si occupa di relazioni di business con l’Unione europea e gli Stati membri. Dalla primavera scorsa è presidente di Aidda Veneto e Trentino Alto Adige; l’associazione italiana delle donne dirigenti d’azienda conta un migliaio di socie a livello nazionale. Tra i vari incarichi ricoperti è, in particolare, componente del consiglio della Camera di Commercio di Padova e di Confindustria Padova dove è nel gruppo dei tre saggi costituito per esaminare le candidature per la nuova presidenza.

 

Versione estesa dell’intervista pubblicata il 7 Ottobre 2014 su ‘Il Giornale di Vicenza’ 

Impariamo l’arte di migliorare

Probabilmente non avete idea di cosa siano i ‘muda’, ma quasi certamente zavorrano le vostre vite e ad eliminarli trarreste vantaggi enormi. Muda  sta per ‘spreco’, di tempo, di spazio,  e’ ciò che è sovrabbondante, una condizione che genera caos e disorganizzazione e che ci fa disperdere energie che potremmo mettere a frutto per dare forma a idee e progetti. Il termine giapponese è entrato nel gergo della filosofia Kaizen, o Lean secondo la scuola americana, che negli anni ’50 fu applicata in Toyota e poi copiata in tutto il mondo ed è la pratica del miglioramento continuo.

Migliorare, infatti, è sempre possibile. Non solo in azienda, ma nella vita quotidiana. E’ un’arte da apprendere. E  ‘L’arte di migliorare’ è il titolo del libro di Arnaldo Camuffo che spiega perché per competere non serve il Made in Italy, quanto piuttosto il Made in lean Italy. Lean è un processo che rende l’ azienda ‘snella’, riduce gli sprechi e libera energie per generare più valore in termini di qualità, servizio, produttività, sostenibilità e Camuffo è uno dei massimi esperti italiani. Professore di Lean Management alla Bocconi, membro del board del Lean Global Network e presidente dell’Istituto Lean Management, Camuffo è anche direttore scientifico della Lean Experience Factory e membro del Lean Education Academic Network. Ecco come il lean cambierebbe non solo le aziende, ma l’intero Paese.

La metodologia lean, come riporta nel suo libro, se seguita con pieno coinvolgimento, adeguati investimenti e per almeno 5 anni genera diminuzione degli sprechi e aumento del valore in termini di qualità, servizio, produttività. Ma a quali condizioni i risultati possono essere davvero significativi? 

Innanzitutto liberandosi di un equivoco di fondo: riduco i costi per essere competitivo.
‘Lean’ non è solo fare meglio le cose, ma capire quali sono quelle giuste da fare per creare
valore obbligandosi a trovare modalità nuove per utilizzare le risorse liberate .

Dunque il lean crea le condizioni per innovare?

Arnaldo CamuffoEsattamente. Il lean si caratterizza per processi semplici, responsabilità, eliminazione degli sprechi e il costante orientamento al cliente, una sorta di frugalità che è ciò che ha dato vita alle straordinarie innovazioni nelle nostre aziende nel dopoguerra con imprenditori come Ferragamo, Ferrero, Del Vecchio. Abbiamo bisogno di ritornare a quella disciplina interna di pensiero, ad una ‘economia della povertà’ che ci obbliga ad utilizzare al meglio le risorse e a prendere le decisioni migliori.

Considerando il rapporto costi/benefici del lean cosa consiglierebbe ad una piccola azienda in tempi difficili? Si può avviare una trasformazione senza grossi investimenti?

Le vere trasformazioni lean avvengono proprio facendo leva sulle risorse a disposizione perché significa che il concetto di lean è nel dna dell’azienda e questo è un ottimo indicatore di successo. Si chiama ‘moonshine’ ed è una delle sottotecniche del lean che in azienda, a differenza del ‘sunshine’, distingue i cambiamenti messi in atto con zero investimenti. Il termine deriva dal proibizionismo quando chi voleva produrre bevande alcoliche costruiva da sé gli strumenti di notte di nascosto nei boschi e con materiali di recupero. Prima dei manager che discutono di quanti soldi hanno bisogno per il lean, facciamo leva sull’intelligenza delle persone cui spesso chiediamo solo le braccia.

Quali sono i problemi più diffusi tra le imprese che si rivolgono agli esperti lean per una consulenza?

Primo: un concetto astratto di management che non vive l’azienda ‘da dentro’. Secondo: c’è un modo di fare le cose: ordinato e pulito, il resto non è creatività italiana, ma follia italiana perchè nella confusione non si riesce a capire cosa funziona e cosa no. Terzo: soluzioni tecnologiche non pienamente utilizzate o sovrabbondanti a conseguenza di quella che io chiamo l’ ipocrisia del management, ovvero investire in macchinari per ovviare a problemi che non si riesce  a risolvere. Quarto: non sempre si ha il cliente come faro.

Nella prefazione del suo libro, James Womack, fondatore del Lean Enterprise Institute, parla del lean come strumento per affrontare una crisi che sarà la nuova normalità. Lei stesso non parla di ‘made in Italy’ ma di ‘made in lean Italy’ per competere. Come scongiurare il pericolo che ‘meno costi’ si traduca solo in ‘meno dipendenti’?

Uno degli errori che pregiudicano una trasformazione lean è attuarla contro i lavoratori, pensare che tagliare i costi significhi fare a meno di loro. Da imprenditore la prima cosa che farei sarebbe spiegare loro il progetto e dire: ‘ Lo facciamo insieme per creare nuove opportunità per tutti e con un patto: ogni incremento di produttività sarà investito per aumentare  la sicurezza  e gli  stipendi nell’ambito della flessibilità’. E in  questo è fondamentale il  dialogo col sindacato.

Di lean avrebbe un gran bisogno tutto il Paese. Oggi si parla di crescita e tagli, ma la vera sfida è combinare la crescita con meno sprechi, più efficienza e una maggiore sostenibilità. Genererebbe anche più lavoro?

Sì, perché le risorse liberate vanno reinvestite. A che serve snellire i processi liberare tempo ai lavoratori e avere più spazio a disposizione?  Bisogna sapere dove si vuole andare, la politica industriale è fondamentale. Vale per le aziende, vale per il sistema-Paese. Non c’è lean senza crescita e non c’è crescita senza lean.

Bisognerebbe però che fosse una pratica diffusa e sostenuta e invece dall’indagine McKinsey che lei riporta oggi il 79% delle pmi non conosce il lean e solo un’azienda su 5 che lo applica lo fa correttamente.

E’ un problema mondiale e fa parte di un  processo fisiologico. La vera questione in Italia è che non ci  sono abbastanza aziende che provano e chi prova non lo fa fino in fondo, anche se le possibilità di avvicinarsi a queste tecniche esistono. Ma non considero un bene i voucher formativi, non solo perché ciò che è gratis raramente porta con sé la convinzione necessaria al processo, ma perché  ‘drogano’ il mercato dove a fare consulenza si trova un po’ di tutto.

Una buona dose di lean servirebbe anche nel sistema pubblico e lei cita qualche raro caso. Nel suo libro ricorda anche che il lean fu inconsapevolmente applicato da Enrico Fermi all’istituto di fisica di via Panisperna. Quali sono i principi che si potrebbero mutuare con successo?

Il tradizionale sistema di lezioni frontali e interrogazioni è superato, è fondamentale fare esperienza. Dovremmo ragionare per problemi fin da piccoli e questo, in prospettiva,  avrebbe un grande ritorno nelle aziende. Invece mi ritrovo a farlo all’università con ragazzi già grandi. Alla Bocconi, per esempio, alle prime lezioni chiedo ai miei studenti in lean management di fare le foto dei frigoriferi in casa e delle loro camere per evidenziare sprechi e disordine. Da questa premessa un gruppo ha  ottimizzato il tempo tra la sveglia e l’arrivo in aula. Piccole cose, ma  si entusiasmano nel vedere i traguardi possibili.

Anche gli atleti lavorano al miglioramento continuo segnando record che vengono misurati in frazioni di secondo sempre più infinitesimali. Non è fisiologico che, oltre un certo limite, i miglioramenti lean diventino irrilevanti?

Conta il miglioramento relativo, e l’allenamento è comunque importante per mantenere il risultato. Ma i miglioramenti sono sempre possibili perché i problemi non sono mai gli stessi.

E’ stato a lungo direttore scientifico del Cuoa Lean Enterprise Center. Cosa c’è ora nel suo futuro?

Con il Cuoa sono rimasto in ottimi rapporti ma ora, come movimento lean in Italia, l’obiettivo è fondere il sapere con il fare. Oggi c’è bisogno di una formazione diversa, ‘sul campo’ che favorisca trasformazioni nelle aziende di tutto il Paese. La mia grande aspirazione è costruire un osservatorio italiano per analizzare in modo sistematico il lean in Italia e creare le basi per una vera politica in industriale.

Versione estesa dell’ intervista pubblicata su ‘Il Giornale di Vicenza’ il 24 settembre 2014 

Lo scienziato Mauro Ferrari: “Non demonizziamo il profitto in medicina, è la misura dell’utilità di una nuova scoperta”.

Ricerca interdisciplinare per generare un circolo virtusoso, dice il professore del Methodist di Houston. E Franco Masello, fondatore della ‘Citta’ della Speranza’ di Padova aggiunge: di quanti alibi hanno ancora bisogno gli imprenditori per non investire sul futuro?

Crescita economica, lavoro e salute si possono coniugare per dare origine ad un circolo virtuoso. Il motore propulsore dell’innovazione e dello sviluppo è la ricerca interdisciplinare, qualsiasi sia il campo di indagine. La connessione tra conoscenze di matematica, informatica, chimica, fisica, ingegneria si è rivelata infatti indispensabile anche per nuove scoperte nel campo della medicina.

Lo scienziato Mauro Ferrari A dimostrarlo il prof. Mauro Ferrari, presidente e amministratore delegato del Methodist Hospital Research di Houston, ospite del raggruppamento di Schio e Thiene di Confindustria in un incontro organizzato da Andrea Camporese, imprenditore e presidente della ‘Fondazione Città della Speranza’ che entro l’anno formalizzerà un accordo da un milione di euro per la collaborazione con il Methodist con  scambio di ricercatori tra Padova e Houston per la ricerca sui tumori in età pediatrica. E che l’interdisciplinarietà sia un valore aggiunto, lo dimostra il percorso di studi dello stesso Ferrari. Laureato in matematica a Padova, si è specializzato in ingegneria meccanica a Berkley e ha cominciato a occuparsi della ricerca sui tumori dopo la morte della prima moglie avvenuta a soli 32 anni a causa di un cancro. Lo scienziato friulano è annoverato tra i più grandi esperti al mondo nel campo della bioingegneria e con le nanotecnologie ha consentito significativi passi avanti nella lotta al cancro tanto che è stato incaricato dal governo Usa di presiedere The Alliance for Nano health, il programma federale per la nanomedicina applicata alla lotta ai tumori. L’istituto di ricerca che guida vara circa 800 protocolli sperimentali l’anno grazie ad un budget tra i 150 e i 170 milioni di dollari, fino al 40% finanziati da privati tra donazioni e investimenti delle industrie.

La ricerca del Methodist ha tre caratteristiche, ha chiarito lo scienziato: oltre che interdisciplinare è traslazionale, in quanto l’esperienza clinica è di supporto alla ricerca stessa, e trasformativa cioè deve portare risultati concreti per migliorare la vita dei malati e garantire anche il ritorno degli investimenti che sottostanno a regole rigorose per evitare qualsiasi influenza nelle sperimentazioni cliniche.

“Da un certo punto della ricerca in poi –ha spiegato il prof. Ferrari- il coinvolgimento delle industrie  è necessario per far fronte ai costi altissimi, ma anche perché genera partnership virtuose che integrano specialisti di campi diversi. Il 99% delle idee che potrebbero essere utili ai pazienti non vengono sviluppate proprio a causa di modelli di ricerca che vanno cambiati. Il nostro lavoro ha l’obbligo etico di essere al servizio del paziente e la parola ‘profitto’ –ha detto chiaro lo scienziato- non va demonizzata perché è l’unità di misura dell’utilità di una nuova scoperta”.

Tra le innovazioni interdisciplinari nate al Methodist, un esoscheletro in grado di far camminare un paziente tetraplegico con comandi dati con il pensiero e una sorta di plastilina che si inietta nell’osso per riparare fratture gravi che non solo consente di recuperare mobilità in pochi giorni, ma, degradandosi, ricostituisce la materia ossea. L’innovazione è già applicata per l’osteoporosi. Inoltre,  con le tecniche di fotolitografia usate per i chip dei computer al Methodist hanno sviluppato sistemi multistadio per effetti mirati dei farmaci solo sulle cellule tumorali. “Se volete crescere -ha detto lo scienziato agli imprenditori- il mio consiglio è dunque puntare sulla ricerca interdiscipliare”. Più facile negli Usa dove ogni dollaro investito in ricerca è detratto dalle tasse, tuttavia questo non deve essere un alibi, e infatti non lo è per la Fondazione  Città della Speranza, che Ferrari ha definito ‘un punto di luce nel mare di ombre della ricerca Italiana’.

Franco Masello “Quando diedi vita alla Fondazione –ha ricordato il fondatore Franco Masello– era il 1994, l’economia andava a gonfie vele, non si trovavano operai e le tasse non erano ai livelli di oggi. Eppure, quando proposi ai colleghi imprenditori di contribuire, molti risposero ‘non è compito nostro’.  La Fondazione è nata grazie alle piccole donazioni della gente comune che ha molto meno degli imprenditori e continua a raccogliere fondi con 400 iniziative ogni anno. E’ vero, il momento è difficile -ha proseguito Masello- ma diciamolo: la stragrande maggioranza degli imprenditori veneti è a capo di aziende che funzionano, i soldi li hanno e continuano a  viaggiare su macchine di lusso; però diamo la colpa alla crisi, al fisco, alla burocrazia: di quanti alibi abbiamo ancora bisogno per non investire sul futuro, per capire che senza ricerca non c’è domani e lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato? Perché questo è il compito di ciascuno di noi”.

Pubblicato su ‘Il Giornale di Vicenza’ il 16 settembre 2014 pag. 8

Tecnologia, territorio ed etica: così cresce l’azienda del futuro

La DWS Systems, leader nelle stampanti 3D, è corteggiata dalle multinazionali ma il fondatore Maurizio Costabeber replica: ‘I soldi non sono tutto, ho un sogno da realizzare: una Olivetti 2″.


Se diciamo tecnologia, futuro, se pensiamo all’innovazione e a ingegneri capaci di immaginare oggi ciò che tutti useremo domani è facile che l’associazione più immediata sia con la Silicon Valley, non certo con un paese di provincia. Eppure a Zanè già da un paio di decenni un’azienda sta lavorando nel solco di quella terza rivoluzione industriale di cui da poco sentiamo parlare, quella delle stampanti 3D. Maurizio Costabeber, fondatore di DWS Systems, ancora a metà degli anni ’90 già pensava ad una stampante 3D per tutti. Decisamente i tempi non erano maturi, ma questa sua capacità di immaginare il futuro gli ha consentito di specializzarsi in una tecnologia 3D industriale e, nel pieno del boom dell’elettronica di consumo, di  essere pronto per mettere sul mercato  Xfab, una stampante 3D più evoluta di quelle in commercio sino ad oggi. DWS è un’azienda che la crisi l’ha scavalcata. Dovendo dire come ha fatto si potrebbe sintetizzare il successo di Costabeber in tre  espressioni: capacità di visione, innovazione continua, investimento sulle persone e sul territorio. Nella consapevolezza che essere imprenditore non significa ‘fare soldi’, ma molto, molto di più.

Maurizio CostabeberCostabeber, lei è in questo settore da oltre 20 anni. Che effetto le fa sentire parlare oggi di terza rivoluzione industriale?

E’ vero che oggi le stampanti 3D sono diventate molto più accessibili, ma è anche una moda; qualche tempo fa ho letto persino che un chirurgo aveva trapiantato a un bambino un cuore costruito con la stampa 3d. In realtà aveva fatto solo un modellino. C’è una bolla di interesse in atto e molti cavalcano l’onda.

Forse non è ancora il tempo di un cuore fatto con la stampante 3D, ma denti sì e alle ossa manca poco:  in questo siete dei pionieri.

La ricerca è iniziata sette anni fa, ma ormai ci siamo, il materiale biocompatibile per le ossa sarà brevettato entro un anno e mezzo.

Le stampanti 3D per l’elettronica di consumo si stanno diffondendo, cos’ha di diverso la vostra xfab?

Sostanzialmente copriamo una fascia che non è soddisfatta dai prodotti in estrusione di plastica delle stampanti comuni. E’ di fatto un mercato che stiamo aprendo noi con macchine che uniscono precisione e semplicità d’uso e la possibilità di stampare scegliendo tra 9 diversi materiali. Xfab è perfetta per prototipi per startup o per creare piccole serie. Non c’è limite a quello che si può creare purchè l’oggetto  rientri nell’area di lavoro della macchina che è un cilindro da 18 x 18 centimetri.

Non temete  i colossi stranieri?

E’ innegabile, ma la nostra strategia difensiva è l’innovazione continua che proteggiamo con brevetti internazionali, sono già una ventina, inoltre in una piccola azienda si innova più velocemente; una decina di multinazionali dell’alta tecnologia chimica e farmaceutica, è vero, ci corteggiano, ma per ora vogliamo mantenere la nostra autonomia e portare avanti una strategia territoriale e il made in Italy.

Come si concretizza la vostra strategia territoriale?

Abbiamo fornitori a Km zero che ci aiutano a produrre parti che preferiamo esternalizzare per concentrarci su quello che fa veramente differenza: laser, materiali fotochimici, software. In DWS si sono ricercatori giapponesi e tedeschi ma siamo orgogliosi di essere nel distretto veneto e vicentino che ci ha dato buona parte delle professionalità che impieghiamo. Il nostro territorio ci offre un vantaggio competitivo perché qui troviamo competenze e servizi di altissima qualità e con il  rapporto diretto i problemi si risolvono più rapidamente.

Un imprenditore per natura continua a fare progetti e a coltivare dei sogni, qual è il suo?

Un sogno che quasi non oso formulare, ma vorrei offrire una seconda chance all’Italia nel  solco del grande progetto di Adriano Olivetti. Negli anni ’60 la Olivetti avrebbe potuto diventare l’IBM. Ecco, mi piacerebbe coltivare quel concetto di impresa, creare una Olivetti 2 e anche fare in modo che in tutte le case in futuro ci sia una stampante 3D.

La sua azienda potrebbe dare fastidio a qualche grosso concorrente. Grava il sospetto che a infrangere il sogno di Olivetti siano stati colossi d’oltreoceano. Lei non ha questo timore?

Ci sono possibilità concrete, ma noi ce la mettiamo tutta affinchè questo non accada. Certo, sarebbe molto facile vendere DWS oggi, ma grazie a Dio i soldi non sono tutto: ci sono sogni, persone, aspettative e cerchiamo di farle prevalere rispetto al guadagno immediato. E’ ovvio che un’ azienda deve creare profitti, ma siamo imprenditori e il nostro primo compito è generare valore.

 

Dai gioielli ai denti: DWS, che numeri!

 

DWS- Digital Wax Systems ha sede a Zanè ed è nel business delle stampanti 3D da oltre 20 anni, prima con la commercializzazione e poi con la produzione di stampanti per la gioielleria e per dentisti e odontotecnici. Occupa 27 persone e nel 2013 ha fatturato 7,5 milioni di euro con una crescita del 33% rispetto al 2012;  esporta il 95% dei propri prodotti e finora sono un migliaio le stampanti DWS in tutto il mondo. La tecnologia stereolitografica al laser di DWS utilizza materiali liquidi o semipastosi che, solidificati dai laser,  in poco tempo danno forma ad oggetti che richiederebbero passaggi lunghi e complessi. DWS, che investe in ricerca e sviluppo circa il 20% del fatturato,  ha ingegnerizzato anche 35 materiali diversi  per lo stampaggio come il prodotto biocompatibile per i denti  (in 20 minuti si può ottenere una protesi precisissima) o  gioielli, non solo modelli in cera, ma gioielli veri e propri in pietra digitale (brevetto mondiale) con effetto corallo, avorio, onice colorabili a piacere. Le macchine professionali hanno un costo tra i 10mila e i 250 mila euro ma al Ces – Consumer Electronics  Show di Las Vegas ha presentato xfab un modello per il ‘fai da te’ di alto livello da 5000 euro che sarà disponibile da luglio. Una versione ancora più accessibile da 3500 euro sarà sul mercato tra un anno. Proprio per far fronte a nuove gamme di produzione in estate DWS si trasferirà a Thiene in un nuovo stabilimento da 3000 metri quadrati che quadruplicherà l’attuale superficie disponibile.

 

Pubblicato il 3 maggio 2014 su ‘Il Giornale di Vicenza’ sezione economia, pagina 8