Donna e ingegnere. Figlia di un muratore, partita da un paesino, ora è manager in una multinazionale americana in Cina. “Ai giovani dico: siate umili, non chiedetevi cosa un’azienda può fare per voi, ma cosa voi avete da offrire. Oltre alla laurea”. Nel suo curriculum etica ed affidabilità sono le doti in evidenza.
Laurea in ingegneria gestionale, dottorato con tesi in meccanica applicata, a 41 anni Monica Dalla Valle, è una quotata manager della General Electric Oil & Gas China. E’ partita da un piccolo paese del vicentino, Chiampo, per arrivare fino in Cina dove la multinazionale americana fornisce macchinari per il pompaggio del gas metano dalle periferie più estreme della Cina alle grandi città, e per le raffinerie. A Shanghai da due anni e mezzo, guida due team coinvolti nella progettazione di impianti e sistemi di ingegneria per lo sviluppo di nuovi prodotti occupandosi sia della parte tecnica che della gestione dei progetti. Ha iniziato sbarcando il lunario finché studiava, con esperienze in società come Acque del Chiampo, poi impieghi in Ariston Cavi, in Ceccato aria compressa e quindi il salto internazionale nel gruppo Atlas copco come project manager e poi program manager alla sistemi eolici Vestas fino ad approdare in GE. Ecco come si è costruita una carriera.
Un diploma in ragioneria, poi la laurea in ingegneria gestionale e infine il dottorato con una tesi dove si è cimentata nella costruzione di un robot. Come mai questo percorso?
E’ un percorso di cui, alla fine, sono stata contentissima perché ha fatto di me un ingegnere industriale completa: so leggere i bilanci, ma so anche progettare macchine. Non era ovviamente tutto così chiaro nella mia testa, ma ho individuato via via delle passioni e le ho seguite. Essendo un tipo pratico, all’inizio ho pensato solo a procurarmi un diploma che, comunque andasse, mi offrisse una qualifica per poter entrare nel mondo del lavoro; mentre studiavo ho scoperto la passione per la parte economica e quindi ho pensato di iscrivermi a ingegneria gestionale anche se i miei professori mi dicevano che sarebbe stato quasi impossibile superare i test di ammissione di matematica e fisica, non avendo fatto lo scientifico. Però ho sfacchinato tutta l’estate e ce l’ho fatta.
Ha sempre ottenuto il massimo dei voti dal diploma in su, una gran secchiona?
Ma no, fino al diploma studiare mi veniva facile, è stato all’università che ho fatto veramente fatica, ma ero una perfezionista, ho rifiutato diversi esami perché non mi accontentavo del punteggio. Ho sempre preteso il massimo di quello che potevo dare.
All’università ha vinto una borsa di studio alla Boston University, cosa le ha aggiunto questa esperienza?
Andare negli Usa per me era come andare sulla luna, da italiana mi sentivo in svantaggio; ma lì ho capito qualcosa di importante: che noi italiani non dobbiamo affatto sottovalutarci, le nostre scuole sono di qualità e ci conferiscono eccezionali capacità di ragionamento. In Usa sono bravissimi ad affrontare i singoli problemi, ma se sono costretti ad alzare un attimo lo sguardo, si perdono. E poi ho capito che l’America è fatta da gente come me, di stranieri, ho conosciuto anche gli ambienti del Mit, di Harvard, e del Massachusetts general hospital. L’America mi ha fatto guadagnare fiducia in me stessa, lì ho capito che volontà, entusiasmo e capacità fanno la differenza. A una come me che non si sente mai ‘pronta’ ha dato molta sicurezza.
Parliamo di lavoro. Come è avvenuto il salto dalla Ceccato ai ruoli di rilievo internazionali?
Progettavo macchine e le costruivo anche, mi piaceva, ma tornata da Boston sentivo il bisogno di allargare gli orizzonti. Fare esperienze all’estero ti dà la misura di chi sei e cosa puoi fare e sapevo di poter dare di più, con questo obiettivo ho chiesto e ottenuto un trasferimento in Belgio in Atlas copco di cui la Ceccato fa parte. Mi occupavo di sviluppo prodotto viaggiando in tutto il mondo e da lì non mi sono più fermata.
Cosa le ha insegnato quella prima esperienza da ingegnere ‘sul campo’ ?
Avere le ‘mani in pasta’, costruire ciò che progetti, è stato fondamentale: capisci i problemi degli operai, dei manutentori, il bisogno di un design funzionale. E impari che le idee più originali possono arrivare proprio gli operai. Con loro c’era un rapporto bellissimo, quando torno a casa passo sempre in Ceccato; per venirmi ad abbracciare chiedono di uscire dalla linea di produzione.
In Atlas copco ha conosciuto il suo compagno argentino. Alla fine se si è trasferita in Asia è stato per seguire lui.
Sì, era lui allora ad avere la carriera meglio avviata e abbiamo scelto insieme di privilegiare il suo percorso. Tuttavia, siccome la politica aziendale non permetteva un doppio trasferimento, io mi sono trovata un altro lavoro, program manager nella ricerca e sviluppo di sistemi eolici Vestas, solo che io ero a Singapore e lui a Shanghai e ci vedevamo pochissimo e così attraverso un contatto Linkedin che ha parlato di me ad un manager in GE sono riuscita a trasferirmi a Shanghai. Anche i contatti dei social sono utili.
Mai percepito difficoltà per il fatto di essere donna in un ambito maschile?
Finora il merito mi ha ripagata. Devo dire che non ho ancora figli da gestire, ma non ho mai vissuto discriminazioni. Nemmeno io però ho sfruttato la condizione di donna per trarne un vantaggio, non partecipo a ‘woman club’ per poter godere di qualche opportunità in più, non lo troverei giusto. Il problema nello scalare posizioni, semmai, è non essere americana in una multinazionale americana.
Partendo da un piccolo paese è diventata manager di una grande società. Cosa si sente di dire ai tanti laureati che temono per il loro futuro?
Che ho studiato e lavorato tantissimo e lavorato e studiato insieme pretendendo da me solo il meglio, affrontando continuamente nuove sfide. Ricevo regolarmente lettere di laureati cui ‘piacerebbe fare un’esperienza in Cina’, ma non ti dicono cosa sanno fare. Si pensano già tutti dirigenti, tutti manager, non c’è l’ umiltà necessaria per poter imparare e così si chiudono in partenza molte porte. Direi che invece che chiedersi cosa può offrire loro un’azienda dovrebbero domandarsi: io cosa posso dare?
Da giovani non è sempre facile saperlo. Lei cosa garantisce ad un’azienda?
Che se mi affidano un progetto possono essere certi che ci lavorerò con il massimo impegno e porterò un risultato. E’ vero, bisogna lavorare molto su se stessi per sapere cosa si può dare, serve coraggio, ma è questa la premessa fondamentale per costruirsi un futuro.
CONTA NON SOLO QUELLO CHE SAI FARE. MA QUELLO CHE SEI.
Diploma di ragioneria al Piovene, laurea in ingegneria gestionale a Padova con tesi premiata dall’Accademia Olimpica, dottorato. Tutto col massimo dei voti. Eppure ciò che colpisce del curriculum di Monica Dalla Valle non sono tanto i punteggi, le bellissime referenze delle società per cui ha lavorato o dei suoi professori, compresi quelli di Boston e Harvard con i quali ha collaborato grazie alle borse di studio. Colpisce che abbia scelto sempre la strada più difficile, cambiando anche percorso, ma maturando però alla fine una competenza completa sia tecnica che gestionale. E colpisce ciò che è in evidenzia all’inizio del suo curriculum come nelle referenze: credibilità costruita sui risultati, capacità di lavorare in gruppo, di ‘vedere dietro agli angoli’, curiosa del mondo, abbraccia l’ambiguità e l’incertezza, genera idee innovative e le realizza, incoraggia l’assunzione di rischi e impara da successi e insuccessi. Plaude opposti pensieri e idee, ascolta ed è umile, elevati standard etici, inflessibile integrità. Come dire che per fare carriera conta quello che sai, ma prima ancora quello che sei. “I miei genitori sono di Altissimo –racconta- mio padre faceva il muratore. Sono fieri della mia carriera, ma sono io ad essere orgogliosa di loro, di ciò che loro hanno costruito da zero, compreso darmi la possibilità di studiare. E’ più di quanto io abbia fatto finora”.
Pubblicato su ‘Il giornale di Vicenza’ il 24 aprile 2013












