Donne che cambiano le aziende, il modello vincente di Elena Sgaravatti

Le avevano detto: “Ti diamo un paio d’anni di tempo. O fai funzionare questa azienda o la chiudiamo”. Lei non solo ha fatto decollare IRB, Istituto di ricerche biotecnologiche di Altavilla –Vicenza, ma l’ha proiettata all’attenzione internazionale tanto che la multinazionale inglese Croda International plc ha deciso di acquistarla. Il ‘come’ è frutto di indubbie capacità manageriali ma anche di valori e convinzioni che hanno fatto la differenza, in primis la capacità di concepire un profitto che vada oltre il puro business. Un modello vincente.
Elena Sgaravatti

Quando nel 2009 Elena Sgaravatti -laurea in farmacia e un passato in Fidia e Glaxo Wellcome- approdò in IRB come general manager, l’azienda dopo 15 anni di investimenti non fatturava ancora nulla. Fondata nel 1999, oggi definiremmo IRB una startup delle biotecnologie green; i suoi principi attivi bio derivati dalle cellule staminali vegetali sono il cuore dei prodotti di case cosmetiche come Yves Rocher, Collistar, Shiseido e di aziende produttrici di integratori alimentari come Intelligent Nutrients e Giuliani.

Elena Sgaravatti ha lanciato l’azienda rivoluzionando aspetti strategici, organizzativi e relazionali. Un bell’esempio di management femminile. E lo capisci subito: sguardo aperto, un atteggiamento di disponibilità e desiderio di confronto e dettagli  che si colgono nel modo di muoversi o di vestire e in cui comodità e colore si declinano con eleganza e misura.

Una bella responsabilità e una sfida. Da dove è partita la risalita di IRB?

Da due decisioni. La scelta strategica di chiudere due dei quattro progetti aperti per concentrare gli sforzi solo su quelli più realizzabili e più coerenti con le richieste di mercato: la produzione di principi attivi ricavati dalle cellule staminali vegetali e la commercializzazione del Gpi, un composto antinfiammatorio derivato dalla lecitina di soia coperto da brevetto mondiale. E poi è stato fondamentale rimotivare il personale dopo una fase di cassa integrazione e mobilità. I risultati sono arrivati e ci hanno consentito di stringere importanti accordi internazionali per la commercializzazione dei nostri prodotti.

Un’azienda innovativa ha bisogno di un management innovativo. Qual è la sua idea di management innovativo e come l’ha concretizzata in IRB?

Fondamentalmente si è trattato di creare una cultura di condivisione e di lavoro di squadra che prima non esisteva. E’ questo che ci ha reso vincenti. Per innovare è indispensabile coinvolgere al massimo le persone e ottenere il meglio da ciascuno. Lo scoglio più grande che ho dovuto superare era quello di una mentalità acquisita che non favoriva lo scambio di opinioni che aveva precluso le possibilità di esprimere il proprio pensiero. Anzi: le occasioni di confronto erano ritenute pericolose perché considerate una perdita di tempo e un rischio per il know how. Il cambiamento è stato accolto con grandissimo slancio, si può dire che i dipendenti non aspettassero altro. Penso mi abbia aiutata anche il fatto che fossero giovani.

Che cosa l’ha aiutata a fare carriera?

Il senso pratico: mi sento gratificata dal fare cose concrete. Fare, costruire, lanciare cose nuove: è un meccanismo che si autoalimenta e nel quale mi riesce particolarmente bene coinvolgere le persone. No involvment  no commitment, si dice, no? Il fatto è che la crescita è mediata dall’innovazione, l’innovazione è mediata dalla creatività e la creatività dal coinvolgimento e questo a sua volta da un clima di fiducia, collaborazione e incentivazione. Il 50% del tempo di un manager dovrebbe essere dedicato a far crescere i propri collaboratori. E ciò significa lavorare insieme, fare gioco di squadra, dare feedback continui, stimoli, affidando nuove sfide anche difficili. Favorendo confronti diretti e lavoro in team.

Nessun soffitto di cristallo da infrangere lungo la strada?

Direi di no, ma sono stata fortunata. In Glaxo erano molto attenti a non fare differenze di genere, in Fidia, erano altri tempi, ma penso che il gap di cariche e stipendi che penalizza le donne  sia anche responsabilità  delle donne stesse: spesso ci sentiamo gratificate semplicemente dal fare bene il nostro lavoro, invece dobbiamo abituarci a chiedere sia riconosciuto il lavoro con aumenti di stipendi e avanzamenti di carriera;  che non sono richiesti  per comprare un paio di scarpe in più, come alcuni manager vecchio stampo potrebbero pensare –ma perché è giusto che la professionalità venga riconosciuta, così  da contribuire alla crescita dell’azienda.  Da questo punto di vista credo dovremmo pensare più al maschile.

Cosa dovremmo mutuare ancora dagli uomini?

Oltre alla capacità di chiedere, anche una maggiore  capacità di distacco. Noi donne siamo portate al coinvolgimento e comunichiamo la passione per quel che facciamo. Ma il distacco è una diga utile per non essere travolte: quando siamo al vertice se non abbiamo una buona capacità di astrazione siamo limitate nelle facoltà di scelta e di decisione.

L’arma vincente femminile?

L’intelligenza emotiva, senza dubbio. La capacità di comprensione e di relazione empatica, l’attitudine a trovare approcci differenti a seconda delle persone. La concretezza,  il focus ai risultati e  una certa abilità nel fare networking.

E la famosa capacità di multitasking?

Ha dei pro e dei contro. La cosa terribile è che anche nella gestione multitasking siamo restie ad avvalerci di strumenti che ci facilitino: le donne tendono a far tutto anche se devono farlo in situazioni difficili, estreme. E invece dobbiamo creare le condizioni per far sì bene tutto, ma in modo più organico, cominciando a delegare di più.

IRB ha una ventina di dipendenti e il 75% sono donne. In base a che cosa decide di delegare alcune mansioni?

La maggior parte sono donne perché quella del biotech è un’area prevalentemente femminile; ma si cresce nella diversità. Nell’affidare dei compiti – semplificando – potrei dire che tengo conto del fatto che l’accuratezza e la capacità di analisi sono doti tipicamente femminili, mentre la visione astratta è più una prerogativa maschile così come la propensione alla sintesi. Questo mi aiuta.

Guardando avanti quale pensa sarà l’evoluzione del management, cosa ne segnerà il successo in futuro?

La combinazione di introiti aziendali e condivisione di valori sarà sempre più una leva fondamentale per avere successo in futuro. Il valore di impresa ha influito moltissimo sul successo di IRB. Lavoriamo per un mondo più sostenibile: in questo troviamo commitment e condivisione della visione di impresa. Ci appassioniamo al lavoro perché siamo consapevoli del valore diffuso di ciò che facciamo e la sostenibilità ne è parte. La mia generazione è nata da un modello di sviluppo consumistico e  capitalistico; oggi non ci possiamo più permettere di pensare al solo profitto aziendale. Il business innovativo non pensa all’azienda ma a quello che c’è fuori. Le aziende non possono più permettersi di non tenere conto dell’etica, è contro il loro stesso interesse.

Il team di IRB

Chi è Elena Sgaravatti 

Elena Sgaravatti oggi è a.d. e general manager di IRB. Padovana, 53 anni, sposata e madre di un figlio,  ha iniziato a lavorare come farmacista e poi come informatore scientifico per Knoll-Basf. In seguito è approdata all’azienda farmaceutica Fidia come segretaria del comitato commerciale e quindi responsabile marketing di prodotto prima e di area poi e ha contribuito ha far uscire l’azienda dalla crisi del ’92 lanciando una nuova  linea di nutraceutici. Chiamata da Glaxo Wellcome nel ’99 come licensing & business development senior manager , nel momento della fusione con SmithKline si è proposta per il marketing diventando in seguito brand leader  per la Paroxetina, uno dei prodotti di punta dell’azienda. Particolarmente abile nel lancio di nuovi prodotti, è stata premiata a livello europeo per il miglior lancio di un farmaco anti Parkinson. In seguito è stata responsabile di tutta l’area terapeutica Neuroscienze di GSK e poi dell’area vaccini ed diventata membro del Centro di Eccellenza europeo di GSK  per le neuroscienze. Nel corso della sua carriera ha coperto l’incarico di Vicepresidente dell’Associazione Italiana Licensing e Business Devolpment, nel 2001, Responsabile del Gruppo di lavoro Nutrizionali per Assobiotec nel 2009, e dal 2010 è Membro del Comitato Direttivo di MAPIC – Federchimica, e da luglio 2013 è membro del Comitato Direttivo di Assobiotec – Federchimica.

IRB, l’innovazione che premia.

IRB produce circa di principi attivi vegetali grazie alla tecnologia HTN (High-tech nature): da frammenti di tessuto vegetale (foglie, semi)  le staminali vegetali sono indotte a produrre attivi purissimi che, a parità di quantità ricavabile da una tradizionale coltivazione su terra, permettono di risparmiare oltre il 99% di acqua, l’80% di solventi e 10 mila metri quadrati di terreno per ogni chilo di principio attivo; ottenendo risparmi di risorse naturali irraggiungibili con altre tecnologie. Lo sviluppo di questa tecnologia è valso importanti riconoscimenti negli ultimi anni: IRB tra 170 imprese italiane, si è aggiudicata il premio Impresa Ambiente per la categoria innovazione di processo ed è stata segnalata tra i campioni nascosti di innovazione nel numero speciale dedicato all’impresa del  ‘Sole 24ore’; più recentemente per la categoria ambiente e sostenibilità aziendale è stata selezionata tra i National Champion 2013/2014 degli European Business Awards. Inoltre un potente antiossidante ricavato dall’echinacea angustifolia, è stato premiato come miglior prodotto per qualità e sicurezza ai Nutraceutical Business & Technology Awards;  dal Luglio scorso IRB fa parte della multinazionale inglese Croda International plc presente in 34 paesi nel mondo, leader mondiale nella produzione di specialità chimiche da attivi naturali.

Versione estesa dell’articolo pubblicato l’ 11 novembre 2013 su ‘Il giornale di Vicenza’

 

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Impariamo a comunicare con i figli

images“A comunicare con i figli si può imparare, anche all’ascolto ci si può allenare così come al silenzio, quando serve”. Roberto Gesuato, esperto di metacomunicazione, ovvero delle dinamiche che influiscono nella comunicazione stessa, è intervenuto a Vicenza al centro congressi di Confartigianato nell’ambito degli incontri della ‘Scuola genitori’. Tema: ‘La comunicazione, elemento essenziale per mantenere il contatto con i figli’.

Dott. Gesuato, cosa non dovremmo mai dimenticare  per comunicare davvero con i figli e non semplicemente parlare?

Che loro sono quello che sono, non quello che fanno. Questo presuppone che anche il genitore si accetti per ciò che è, il che non significa essere infallibile, ma riconoscere le mancanze lavorando per migliorare, così insegniamo ai nostri figli a fare lo stesso. Quello che ci fa più arrabbiare, in fondo, è rivedere in loro  i nostri stessi difetti e ciò che ci rimproverano i figli è ciò che noi stessi abbiamo rimproverato ai nostri genitori: quello che è stato detto o fatto senza amore. Ricordiamoci che il figli che siamo stati sono diventati i genitori di oggi, quindi i figli che abbiamo sono i figli che ci meritiamo.

Valgono le stesse regole del linguaggio nella coppia? Non pronunciare termini definitivi come ‘mai’, ‘sempre’, ‘ogni volta’…?

Sì, perché sono generalizzazioni che confondono ciò che il ragazzo è con quello che fa. Fateci caso: se per due volte non ha studiato non gli diciamo ‘Hai un comportamento svogliato’ ma  ‘Vedi? Sei svogliato!’: siamo noi a dirgli com’è e lo diventerà. E’ come quando un’insegnante dice: non sei portato per la matematica; eviterà il più possibile di esercitarsi e di sicuro peggiorerà il suo rendimento confermando la nostra idea su di lui.

 Uno dei temi di conflitto e sui quali la comunicazione è difficile è proprio la scuola. La tecnica ‘ti premio se fai del tuo meglio e ti punisco se non lo fai’ è una buona prassi?

Le regole non sono punitive, ci aiutano a vivere meglio. Se non si rispettano è giusto che ci siano delle sanzioni. Ma impariamo prima a fare delle domande. Chiediamo: tu sei contento di te? L’importante è che ci siano regole e obiettivi condivisi. Come genitori siamo sicuri di averli veramente chiari? Se non è così la comunicazione si complica, alimentiamo il nostro senso di colpa e quando ci arrabbiamo con loro in realtà ce l’abbiamo con  noi stessi e li disorientiamo.

E’ importante mettersi nel punto di vista dell’altro. Ma come si potenzia l’approccio empatico  ai figli?

Se vogliamo comunicare dobbiamo metterci sullo stesso piano, il che non significa confidarsi e scaricare sui figli le proprie debolezze, semmai metterci sulla stessa lunghezza d’onda. Come? Primo: non sentire ma ascoltare, sentire anche quello che i figli trasmettono nel cuore. Secondo: se pensi di aver capito, richiedi. Terzo: parla anche delle cose che vanno bene altrimenti assoceranno la comunicazione con te solo a cose negative.

I genitori si preoccupano per i silenzi, l’isolamento nelle nuove tecnologie. Fino a che punto tollerarli?

Non dobbiamo preoccuparci, semmai occuparci prima e questo comporta stare sempre nel presente, non nel passato, nè loro, nè nostro. I silenzi fanno parte dell’adolescenza, come la ribellione verso di noi che è necessaria perché serve a formare identità e indipendenza. E’una fase di transizione  e se li pressiamo non finirà mai. Quanto alle tecnologie, ai social, sono un mezzo, non devono diventare un fine. Levare il cellulare non è una buona idea, bisogna semmai educare all’uso, sempre che gli adulti non ne abusino loro stessi.

E i genitori? Quando devono saper stare in silenzio?

A volte parliamo per non comunicare. Quindi per comunicare a volte è proprio meglio il silenzio. Se stai zitto e abbracci è una bella comunicazione. E impariamo a dire più spesso ‘ti voglio bene’. Perché è più facile che lo sentiamo senza comunicarlo apertamente.

Pubblicato su ‘Il Giornale di Vicenza’ il 27 gennaio 2014, pag. 9

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La meraviglia che ci manca

Sono al supermercato di corsa, come sempre.  Entro, giro per le corsie, prendo quello che mi serve e spesso dalla fretta esco avendo di sicuro dimenticato qualcosa e senza  ricordare  nemmeno una sola delle facce che ho incrociato mentre facevo la spesa.  Vi capita mai? I luoghi più affollati possono essere quelli nei quali possiamo muoverci completamente sconnessi dal mondo.

Approdata alla cassa, penso che il piccolo esce dalla lezione di break dance e chissà se faccio in tempo ad arrivare… Ma qualcosa mi distoglie dalle mie incombenze.

‘Dov’è la mia bambola…?’, chiede una vocina sommessa, delicata.  Mi guardo intorno cercando una bimba, ma scorgo invece un’anziana su una sedia a rotelle vicino ad una badante premurosa.

‘Dov’è la mia bambola? Non la vedo…’

‘E’ qui signora, alla cassa, non si preoccupi’ , replica la cassiera mentre la badante, sorridendo, rassicura l’anziana.

Accanto alla cassa vicino alla mia spesa che scorre sul nastro scorgo in effetti una piccola bambola di plastica con un vestitino a quadretti bianchi e rossi. Uno di quei giochi da pochi euro che, in un mondo di bambole che parlano, cantano, sbrodolano,  possono suscitare tanta meraviglia solo in chi è abbastanza piccolo o abbastanza puro.

‘Sì, eccola!’ si entusiasma la vecchietta. ‘Ma guardatela… non è bellissma..? Non vedete quanto è bella la mia bambola?’

‘Che tenera…’, sorrido alla cassiera che replica: ‘Sì, sa… è proprio vero che da vecchi  si torna bambini…’

La vecchietta è ‘andata’ poverina … Avverto che è il pensiero che attraversa la testa ai più. E intanto mi chiedo perchè sia necessario invecchiare per tornare bambini, per essere capaci di queste gioie così semplici.

La guardo, e la vecchietta non ha l’aria di un’anziana che non ci sta con la testa. Il corpo non ce la fa, ma gli occhi sono vivi, attenti, avverto che è presente, ben consapevole di quello che le accade intorno. Più che consapevole, direi. Completamente connessa a se stessa, oltre le convenzioni, oltre qualsiasi possibilità di imbarazzo. Sente, prova tenerezza, prova meraviglia. E lo esprime. Non è essere presenti questo?

E io penso che questa meraviglia è un dono.

La guardo con gratitudine e mi allontano con la mia borsa della spesa.

‘Passo  la bambola prima di tutto e gliela do’, sento dire alla cassiera.

Un veloce passaggio del codice a barre e la vechietta stringe la sua bambola.

Vicina all’uscita, ormai non  vedo più l’anziana sulla sedia a rotelle. Ma  sento la sua esclamazione di gioia.

‘Oh, sì! Quanto è bella la mia bambola…’

Sì, questa è proprio gioia.

Gioia. E’ una parola che usiamo così poco… quasi desueta.

Gioia. Serve un po’ di innocenza per provarla.

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‘Guarda il video’. Il web senza pudore nè pietà.

Sul web è una corsa a mostrare incidenti e tragedie. Ma essere spettatori del dolore e partecipare al dolore è molto diverso. E noi  stiamo perdendo il senso della parola ‘pietà’.

‘Video choc, il reporter filma la sua morte’. Arriva dall’ Egitto ed è solo l’ultimo video dell’orrore rimbalzato su più siti e quotidiani online. Faccio la giornalista e dovrei essere contenta del proliferare di queste opportunità offerte dalla rete e di questa messe di video e foto: più ce ne sono e più sono ‘al limite’, più ‘clic’ si guadagnano e di conseguenza più sale l’appetibilità della testata per un mercato, quello del web, che dovrebbe costituire un’opportunità di lavoro per tanti che amano questo mestiere.

Eppure su quei video di incidenti, esecuzioni, tragedie non riesco a cliccare, non lo voglio fare: non mi piace l’idea di essere spettatrice del dolore, non approvo il piacere voyeuristico che il dolore suscita, non accetto l’idea che la morte diventi un ‘clic’ che si traduce, alla fine, in un prezzo. Mi trattiene un senso di pudore, di rispetto.

Si potrebbe obiettare che non c’è molta differenza tra leggere il racconto di una tragedia, che notoriamente fa vendere molte copie di quotidiani, e vederla. Non sono d’accordo. La lettura resta comunque un filtro, la linea di demarcazione tra l’esibizione e la pietà.Quando mi occupavo di cronaca nera, mi ricordo che si faceva ben attenzione che il corpo di un morto fosse coperto da un lenzuolo prima di fotografarlo o riprenderlo. Oggi, specie online, è una corsa ad esibire e della pietà stiamo perdendo il significato. C’è la gara a mostrarlo il dolore, possibilmente prima degli altri.

Perché, mi chiedo, essere spettatori della morte e della sofferenza? Per esorcizzarle? Per rassicurarci sulla nostra esistenza in vita? Per tranquillizzarci dicendo ‘a noi non può capitare’? O solo per curiosità?

Parlandone sulla  mia pagina Fb ho scoperto che molti, come me, si rifiutano di essere spettatori delle tragedie. Un contatto, tuttavia, mi ha fatto riflettere postando un link in cui sostanzialmente  ricordava che quel lato oscuro serve a ricordarci anche la bellezza che c’è, che l’una non può esistere senza l’altro.

E’ vero. Ma affinchè si realizzi questo credo sia necessario un salto: non essere spettatori del dolore, ma partecipare al dolore. E’ molto diverso. La partecipazione al dolore è in sé Bellezza. La compassione è Bellezza. La pietà è Bellezza. Sono sentimenti che muovono emozioni profonde e che possono indurre al cambiamento, dentro e fuori di noi. Nel fare informazione mi ostino a pensare ci sia una responsabilità civica, il dovere di chiederci come possiamo cambiare in meglio le cose. La rete in molti casi è stata fondamentale per diffondere questa consapevolezza, basti pensare a tutto il movimento della Primavera araba. Ma fuori da certi contesti la logica della corsa al ‘mostrare’ quasi sempre si ferma a suscitare semplice curiosità ed emozioni che non lasciano il segno ma ci anestetizzano progressivamente dal dolore fino a farci confondere virtuale e reale.

La sensazione è che si assottigli sempre di più il confine tra quello che è il caso e non è il caso di esibire. Forse dovremmo riflettere su dove finisce la notizia e dove comincia la morbosità. E cominciare a stendere qualche lenzuolo bianco.

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Come mi sono costruita una carriera da zero

Donna e ingegnere. Figlia di un muratore, partita da un paesino, ora è manager in una multinazionale americana in Cina. “Ai giovani dico: siate umili, non chiedetevi cosa un’azienda può fare per voi, ma cosa voi avete da offrire. Oltre alla laurea”. Nel suo curriculum etica ed affidabilità sono le doti in evidenza.

Laurea in ingegneria gestionale, dottorato con tesi in meccanica applicata, a 41 anni Monica Dalla Valle, è una quotata manager  della General Electric  Oil & Gas China. E’ partita da un piccolo paese del vicentino, Chiampo, per arrivare fino in Cina dove la multinazionale americana fornisce macchinari per il pompaggio del gas metano dalle periferie più estreme della Cina alle grandi città, e per le raffinerie. A Shanghai da due anni e mezzo, guida due team coinvolti nella progettazione di impianti e sistemi di ingegneria per lo sviluppo di nuovi prodotti occupandosi sia della parte tecnica che della gestione dei progetti. Ha iniziato sbarcando il lunario finché studiava, con esperienze in società come Acque del Chiampo, poi impieghi in Ariston Cavi, in Ceccato aria compressa e quindi il salto internazionale nel gruppo Atlas copco come project manager e poi program manager alla sistemi eolici Vestas fino ad approdare in GE. Ecco come si è costruita una carriera.

Un diploma in ragioneria, poi la laurea in ingegneria gestionale e infine il dottorato con una tesi dove si è cimentata nella costruzione di un robot. Come mai questo percorso?

E’ un percorso di cui, alla fine, sono stata contentissima perché ha fatto di me un ingegnere industriale completa: so leggere i bilanci, ma so anche progettare macchine. Non era ovviamente tutto così chiaro nella mia testa, ma ho individuato via via delle passioni e le ho seguite. Essendo un tipo pratico, all’inizio ho pensato solo a procurarmi un diploma che, comunque andasse, mi offrisse una qualifica per poter entrare nel mondo del lavoro; mentre studiavo ho scoperto la passione per la parte economica e quindi ho pensato di iscrivermi a ingegneria gestionale anche se i miei professori mi dicevano che sarebbe stato quasi impossibile superare i test di ammissione di matematica e fisica, non avendo fatto lo scientifico. Però ho sfacchinato tutta l’estate e ce l’ho fatta.

Ha sempre ottenuto il massimo dei voti dal diploma in su, una gran secchiona?

Ma no, fino al diploma studiare mi veniva facile, è stato all’università che ho fatto veramente fatica, ma ero una perfezionista, ho rifiutato diversi esami perché non mi accontentavo del punteggio. Ho sempre preteso il massimo di quello che potevo dare.

All’università ha vinto una borsa di studio alla Boston University, cosa le ha aggiunto questa esperienza?

Andare negli Usa per me era come andare sulla luna, da italiana mi sentivo in svantaggio; ma lì ho capito qualcosa di importante: che noi italiani non dobbiamo affatto sottovalutarci, le nostre scuole sono di qualità e ci conferiscono eccezionali capacità di ragionamento. In Usa sono bravissimi ad affrontare i singoli problemi, ma se sono costretti ad alzare un attimo lo sguardo, si perdono. E poi ho capito che l’America è fatta da gente come me, di stranieri, ho conosciuto anche gli ambienti del Mit, di Harvard, e del Massachusetts general hospital. L’America mi ha fatto guadagnare fiducia in me stessa, lì ho capito che volontà, entusiasmo e capacità fanno la differenza. A una come me che non si sente mai ‘pronta’ ha dato molta sicurezza.

Parliamo di lavoro. Come è avvenuto il salto dalla Ceccato ai ruoli di rilievo internazionali?

Progettavo macchine e le costruivo anche, mi piaceva, ma tornata da Boston sentivo il bisogno di allargare gli orizzonti. Fare esperienze all’estero ti dà la misura di chi sei e cosa puoi fare e sapevo di poter dare di più, con questo obiettivo ho chiesto e ottenuto un trasferimento in Belgio in Atlas copco di cui la Ceccato fa parte. Mi occupavo di sviluppo prodotto viaggiando in tutto il mondo e da lì non mi sono più fermata.

Cosa le ha insegnato quella prima esperienza da ingegnere ‘sul campo’ ?

Avere le ‘mani in pasta’, costruire ciò che progetti, è stato fondamentale: capisci i problemi degli operai, dei manutentori, il bisogno di un  design funzionale. E impari che le idee più originali possono arrivare proprio gli operai. Con loro c’era un rapporto bellissimo, quando torno a casa passo sempre in Ceccato; per venirmi ad abbracciare chiedono di uscire dalla linea di produzione.

Monica Dalla Valle qui su una torre eolica quando era program manager in Vestas

In Atlas copco ha conosciuto il suo compagno argentino. Alla fine se si è trasferita in Asia è stato per seguire lui.

Sì, era lui allora ad avere la carriera meglio avviata e abbiamo scelto insieme di privilegiare il suo percorso. Tuttavia, siccome la politica aziendale non permetteva un doppio trasferimento, io mi sono trovata un altro lavoro, program manager nella ricerca e sviluppo di sistemi eolici Vestas, solo che io ero a Singapore e lui a Shanghai e ci vedevamo pochissimo e così attraverso un contatto Linkedin che ha parlato di me ad un manager in GE sono riuscita a trasferirmi a Shanghai. Anche i contatti dei social sono utili.

Mai percepito difficoltà per il fatto di essere donna in un ambito maschile?

Finora il merito mi ha ripagata. Devo dire che non ho ancora figli da gestire, ma non ho mai vissuto discriminazioni.

Partendo da un piccolo paese è diventata manager di una grande società. Cosa si sente di dire ai tanti laureati che temono per il loro futuro?

Che ho studiato e lavorato tantissimo e lavorato e studiato insieme pretendendo da me solo il meglio, affrontando continuamente nuove sfide. Ricevo regolarmente lettere di laureati cui ‘piacerebbe fare un’esperienza in Cina’, ma non ti dicono cosa sanno fare. Si pensano già tutti dirigenti, tutti manager, non c’è l’ umiltà necessaria per poter imparare e così si chiudono in partenza molte porte. Direi che invece che chiedersi cosa può offrire loro un’azienda dovrebbero domandarsi: io cosa posso dare?

Da giovani non è sempre facile saperlo. Lei cosa garantisce ad un’azienda?

Che se mi affidano un progetto possono essere certi che ci lavorerò con il massimo impegno e porterò un risultato. E’ vero, bisogna lavorare molto su se stessi per sapere cosa si può dare, serve coraggio, ma è questa la premessa fondamentale per costruirsi un futuro.

CONTA NON SOLO QUELLO CHE SAI FARE. MA QUELLO CHE SEI.

Diploma di ragioneria al Piovene, laurea in ingegneria gestionale a Padova con tesi premiata dall’Accademia Olimpica, dottorato. Tutto col massimo dei voti. Eppure ciò che colpisce del curriculum di Monica Dalla Valle non sono tanto i punteggi, le bellissime referenze delle società per cui ha lavorato o dei suoi  professori, compresi quelli  di Boston e Harvard con i quali ha collaborato grazie alle borse di studio. Colpisce che abbia scelto sempre la strada più difficile, cambiando anche percorso, ma maturando però alla fine una competenza completa sia tecnica che gestionale. E colpisce ciò che è in evidenzia all’inizio del suo curriculum come nelle referenze: credibilità costruita sui risultati,  capacità di lavorare in gruppo, di ‘vedere dietro agli angoli’, curiosa del mondo, abbraccia l’ambiguità e l’incertezza, genera idee innovative e le realizza, incoraggia l’assunzione di rischi e impara da successi e insuccessi. Plaude opposti pensieri e idee, ascolta ed è umile, elevati standard etici, inflessibile integrità. Come dire che per fare carriera conta quello che sai, ma prima ancora quello che sei. “I miei genitori sono di Altissimo –racconta- mio padre faceva il muratore. Sono fieri della mia carriera, ma sono io ad essere orgogliosa di loro, di ciò che loro hanno costruito da zero, compreso darmi la possibilità di studiare. E’ più di quanto io abbia fatto finora”.

Pubblicato su ‘Il giornale di Vicenza’ il 24 aprile 2013

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Non ci salveremo, se non ci sentiremo una Nazione

Alle celebrazioni per il 25 aprile, al mio Paese, ho visto tanti vecchi alpini, tanti anziani, ma niente giovani se non un piccolissimo manipolo di studenti con i loro insegnanti. Troppo pochi. Peggio: salvo qualche rara eccezione, non c’erano neanche gli adulti. Per la stragrande maggioranza degli italiani il 25 aprile è semplicemente un giorno di vacanza, buono per fare un ponte. Mi chiedo dove pretendiamo di andare.

Mi sono sinceramente commossa nello scorgere tra i pochissimi ragazzini presenti tre che italiani proprio non erano; il loro professore di lettere aveva spiegato in classe il senso della festa della Liberazione, invitando gli studenti a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile. Si sono presentati solo un ragazzino africano e due indiani, poco dopo raggiunti da una loro compagna di classe italiana. E’ stata una scelta spontanea  far portare loro il gonfalone tricolore dell’Istituto comprensivo 2 di Montecchio Maggiore e devo dire che a vederli, così fieri di questo ruolo, ho pensato: toh, non avranno la cittadinanza, ma sono più italiani degli italiani.

Questa terra per loro e le loro famiglie ha rappresentato un’occasione, una speranza, in un territorio libero da guerre, fame, oppressioni. Si vedeva che lo portavano con orgoglio quel Tricolore. E mi sono chiesta: e noi? Alla domanda del mio post su Fb più di qualcuno ha risposto argomentando che con questa classe politica che ci governa c’è ben poco di cui essere fieri, che di certo molti rappresentanti delle nostre istituzioni non si meritano di portarlo il Tricolore, che ci è passata la voglia di essere italiani fino a chi ha ammesso di vergognarsi di essere italiano. Comprensibilissime affermazioni.

Ma di chi è quest’Italia se non nostra? Non abbiamo proprio alcuna responsabilità? Io credo di sì. Credo che per troppi anni concetti come democrazia e libertà li abbiamo dati per scontati. Il benessere seguito al dopoguerra ci ha fatto perdere il senso del sacrificio che abbiamo conosciuto, di un fine collettivo, quello di chi ha saputo combattere per un ideale immolando perfino se stesso. Quegli uomini e quelle donne, quei tantissimi giovani, non erano al servizio di loro stessi ma di quel ‘bene comune’ che oggi tanto invochiamo, il loro scopo era un’eredità da lasciare a chi sarebbe venuto dopo. Non l’abbiamo onorato.

E’ questo che ci è mancato: questo alto senso dello Stato e la classe politica di cui tanto ci vergogniamo siamo noi ad averla permessa, altro non è che il nostro specchio.

La parola Patria oggi ci imbarazza, della bandiera ci sentiamo orgogliosi solo quando la nazionale di calcio vince una competizione importante, allora sì che andiamo per le strade a sventolarla con orgoglio. Ma cosa c’entra questo col sentirsi italiani? E’ comprensibile oggi che il benessere ci sta abbandonando essere così arrabbiati con chi ci governa, ma nessuno ci salverà. Ieri in piazza a Vicenza Renzo Ghiotto  detto ‘Il Tempesta’, uno dei ‘Piccoli Maestri’ di Luigi Meneghello ha detto: “Ai giovani rivolgo un’esortazione: non crediate che venga un Messia a salvare la Patria. La Patria la salviamo noi, bisogna farlo tutti insieme”.

E si salverà nel momento in cui cominceremo a sentirci una Nazione. E’ per questo che ieri sul davanzale di casa ho esposto la nostra bandiera.

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L’innovazione (dal dire al fare)

Di innovazione si parla moltissimo, ma il punto è: c’è un metodo per trovare l’idea nuova che generi profitti? Ed è alla portata anche delle piccole imprese? La risposta è sì e il ‘come’ lo ha spiegato Alessandro Garofalo –tra i maggiori esperti in Italia di innovazione- all’incontro organizzato da Risorse in Crescita alla sede di Confindustria a Schio su ‘Fare innovazione in modo efficace e veloce: dalla strategia al metodo’. Garofalo non si occupa solo di didattica, ma è forte di una trentennale esperienza in aziende come Ferrari, Geox, Nokia, Bnl, Rai, Pirelli, Technogym, Telecom, Askoll. E’ anche titolare di idee associate l’unica società italiana ad aver certificato la qualità dei propri processi di generazione delle idee.

Alessandro Garofalo

Ragionare per paradossi, rompere gli schemi.

Esistono circa 250 tecniche di creatività per favorire nuove idee -ha spiegato Garofalo- ma le prime domande da porsi sono: perché comprano il mio prodotto? Qual è la sua funzionalità d’uso? E poi rompere gli schemi. Le innovazioni più straordinarie sono quelle che  nascono mettendo in dubbio in modo costruttivo il proprio mercato di riferimento; lo ha fatto Technogym creando macchine per la ginnastica in acqua, il Cirque du Soleil, la Vibram con la scarpa da calzare come un guanto, gli inventori della penna 3d. Tutte idee nate da un paradosso: mettere il ferro in acqua, fare un circo senza animali, produrre una scarpa pensando a una mano, realizzare la penna che non traccia segni, ma crea solidi.      Per moltiplicare le possibilità di trovare soluzioni con poche risorse ponetevi quesiti ‘impossibili’, per esempio: come creare una macchina non aerodinamica che consumi meno di una aerodinamica o come mettere una lunghissima lista di informazioni su una superficie ridotta. E ricordate che innovare più di qualche volta significa ‘togliere’: ricordate il walkman? Nell’epoca dei grossi impianti stereo pensare a uno strumento che non avesse casse e non registrasse poteva essere considerata una follia. E invece. 

Applicare le tre regole del Mit

Per favorire idee di valore è bene tenere a mente tre principi di chi lavora da sempre nell’innovazione. Al Mit di Boston si finanziano solo progetti interdisciplinari. Per progettare la casa del futuro non bastano architetti e ingegneri, servono anche sociologi, pediatri, geriatri… Per un’azienda significa unire più competenze e ricorrere sistematicamente al punto di vista di clienti e fornitori. Altra regola è l’interculturalità: da gruppi di lavoro con persone di provenienze diverse emergono più idee. E se l’idea c’è, abbozzatela. Al Mit vige la regola ‘Demo or die’: se hai un’idea mostramela o non la considero.

Moltiplicare risorse e possibilità

Ma perché in una piccola azienda in genere non si innova? Perché si pensa di non avere problemi. Cercateli là dove pensate non ce ne siano, in genere nel settore gestione e servizi, migliorando si può già recuperare il 35% dei costi. Ricordate che gli errori progettuali si pagano salati, quindi ogni modifica di un prodotto tenga conto delle ricadute su tutta la catena del valore, trasporto compreso; in questo è utile la tecnica Qfd consultabile su www.qfdi.org. La contaminazione è necessaria: non partecipate solo alle fiere del vostro settore, ma frequentatene di completamente diverse per elaborare possibili connessioni con la vostra area merceologica. Anche istituzioni e associazioni di categoria possono attivare processi virtuosi. Garofalo, da presidente di Trentino Sviluppo, ha valorizzato motivati manager in pensione facendone il collegamento tra aziende e ricerca universitaria generando 50 collaborazioni e nuovi prodotti.

Rivoluzioni? No, piccoli passi

Vincere o perdere oggi più che mai, come diceva Al Pacino in ‘Ogni maledetta domenica’, è questione di centimetri. Ma i centimetri sono dappertutto. Per questo, più che su invenzioni straordinarie, Garofalo crede che le Pmi debbano puntare a creare continuamente nuovi piccoli progetti che superino i precedenti. Fate dunque in modo che nella vostra azienda si generino più idee possibile perché su 100, quelle buone saranno al massimo 5. Valorizzate i collaboratori più creativi che si nascondono in ogni settore (in Rai idee innovative sono nate da ragazzi dell’ufficio legale o immobiliare); circondatevi di giovani che sappiano connettere l’azienda con il mondo e ne colgano i cambiamenti e fate sì che quelli con più esperienza li guidino nella realizzazione di un’idea nuova. E una volta trovata, fate attenzione a non ucciderla: valutate che il mercato sia davvero pronto a coglierla.

Pubblicato su ‘Il Giornale di Vicenza’, sezione economia, il 26 febbraio 2013

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L’Italia da cambiare. L’autista al seggio, l’elettore a piedi. Perchè non impiegare i disoccupati?

seggioNon è comprensibile perché siano così tanti i dipendenti delle aziende di trasporto rappresentanti di lista o impiegati come scrutatori nei seggi. Non è accettabile. Cos’è? Una lobby degli autisti?

In un Paese civile non è concepibile che, per effetto delle elezioni, si riducano fino al 30% le corse di autobus e metro. Siamo al paradosso: per esercitare il diritto di voto si deve subire un disservizio pubblico.

Non ci sono stati solo disagi a Napoli – dove già i cittadini avevano accusato lo stop degli autobus causa mancanza di gasolio- ma anche a Roma, Napoli, Palermo, Torino dove moltissimi autisti hanno chiesto e ottenuto di lasciare il lavoro per essere impiegati nei seggi. Nel capoluogo piemontese 1.110 dipendenti sono impegnati come rappresentanti di lista e oltre 700 sono conducenti di mezzi pubblici , negli altri casi si tratta di addetti alle manutenzioni, agenti del servizio metropolitano e ferroviario, addetti ai parcheggi e impiegati. E’ mai possibile? A Venezia il servizio è stato garantito perché i 246 autisti dell’Actv sono stati sostituiti con l’impiego di ‘stagionali’ e aumentando gli straordinari del resto del personale (l’azienda fa sapere che questi stagionali erano già stati assunti per lavori sulle deviazioni dei percorsi dei mezzi pubblici e dirottati a coprire le esigenze del servizio). Certo, si tratta di un diritto di chiunque sia iscritto alle liste elettorali, ma sta alle commissioni elettorali comunali stabilire i criteri entro i quali va esercitato. E non sarebbe un dovere, di questi tempi specialmente, offrire una corsia preferenziale a disoccupati, studenti, pensionati con alta scolarità a fronte di un basso reddito?

Perché -spiegano nelle aziende- questo diritto l’azienda non lo può negare e, oltre al pagamento di un’indennità da parte dello Stato per l’attività nei seggi, comporta retribuzione di permessi, eventuali festività non godute e riposi compensativi a carico delle aziende stesse. Insomma, non si tratta solamente di esercitare un dovere-diritto civico, ma di trarne un vantaggio economico. Si tratta cioè anche di costi per lo Stato e per le aziende. E in un’Italia che i soldi deve spenderli con oculatezza ed equità c’è da riflettere.

Senza contare che le elezioni comportano la sospensione delle lezioni in moltissime scuole e dunque la disponibilità di buona parte del personale, in un Paese che vanta il 37% di disoccupazione giovanile è un’assurdità ricorrere a chi un lavoro comunque già ce l’ha . E il criterio di cui tenere conto, oggi, dovrebbe essere quello improntato al risparmio, al creare un’opportunità per chi non lavora senza ovviamente sacrificare il migliore servizio (per gli elettori e gli utenti dei mezzi pubblici).

“In tempi di crisi, in effetti,  sarebbe giusto cogliere queste occasioni per offrire un’opportunità ai disoccupati – ammette Ilario Simonaggio, segretario generale Filt Cgil Veneto- e questo, naturalmente, senza alterare funzionamento macchina elettorale. Da  5 anni stiamo cercando di rinnovare il contratto nazionale, anche questo è un problema da porsi”.

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La formula della creatività in un rompicapo

http://www.rompicapoinlegno.it/rompicapo.php?nome=La+T+che+si+%E8+rottaQuattro pezzi di un puzzle, e il compito era metterli insieme e formare la lettera ‘T’. E che ci vuole? Già, l’ho pensato anch’io prima di perderci la testa. E di imparare una bella lezione.

Questo rompicapo mi ha fatto pensare per giorni. Ho provato e riprovato tentando decine di soluzioni diverse ogni volta, mi sono fermata irritata e sconcertata per poi tentare ancora, senza esito.

E se tutte queste punte dovessero incastrarsi tra loro? Ne esce …una stella a tre punte, poi una K. Va bene lo stesso una K? No, non va. E se le scritte sulle mie tessere non avessero alcun senso e fossero solo un diversivo? Magari le hanno messe per sviarti apposta. E allora proviamo a mettere un pezzo con la scritta verso l’alto e quest’altro pezzo rovesciato. Niente. E se la T avesse il tratto corto che finisce con due belle punte? Sta lì l’inghippo!

No, decisamente la T normale non si può fare, nella mia scatola hanno dimenticato qualche pezzo fondamentale o c’è sicuramente un errore.

E l’errore c’era infatti. Ma era mio. Perché la soluzione ce l’avevo proprio davanti agli occhi, ma dovevo pensare in maniera nuova, rompere il paradigma del mio approccio al problema usando ciò che avevo a disposizione ma in maniera diversa, considerare un pezzo come parte di un tutto.

Ed eccola la T che si materializza sotto ai miei occhi: una T perfetta, senza punte, con le scritte che, insieme, hanno perfettamente senso. Nessuna costruzione astrusa, nessun trabocchetto. Nessun ‘se’. Tutto magnificamente semplice.

E’ stata una bella lezione. Una bella metafora. Perchè ho riflettuto sul fatto che anche la vita a volte ce la complichiamo da soli. Pensiamo sempre che non sia possibile raggiungere quel risultato, che ci sia un inghippo messo lì apposta, che non abbiamo tutto quello che serve per farcela. E invece basterebbe fermarsi, darsi un po’ di tempo, non ostinarsi sul problema cercando pervicacemente di risolverlo nel modo tradizionale.

Ha ragione Guy Claxton con il suo ‘Il cervello lepre e la mente tartaruga’, dobbiamo pensare di meno e capire di più. In questi tempi in cui fare tutto velocemente sembra una necessità i problemi si possono invece risolvere rallentando. Vince chi riesce a fermarsi, chi esce dagli schemi e impara a  riprendere confidenza con il paradosso, allontanandosi da uno schema razionale per lasciare che la mente inconscia porti a galla la soluzione.

Così si diventa creativi.

E la creatività è la premessa per l’innovazione e quella concreta segue la strada meno frequentata: quella che non promette ricette facili, risposte pronte, ma obiettivi solidi da raggiungere con strenua applicazione. Del resto i risultati, come diceva Edison, sono figli di una formula: 1% inspiration e 99% … perspiration.

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In gamba sul lavoro? No, rompipalle.

I bravi? Diciamolo, sono dei rompipalle.

Rompono le scatole in un sistema in cui la carriera generalmente non si fa per merito. Vale nella scuola dove gli insegnanti che vogliono fare di più e di meglio spinti dall’entusiasmo per il loro mestiere e  la responsabilità nei confronti delle nuove generazioni vengono emarginati da coloro che dicono ‘non è previsto nel contratto’; vale negli enti pubblici dove se proponi qualcosa di nuovo e di diverso ti rispondono ‘No’. Perché no? ‘Perché si è sempre fatto così e non si cambia’. Vale naturalmente e più che mai, nella politica come in quel privato che fa rima con limitato, dove i capi non promuovono gli elementi migliori a beneficio della collettività o dell’azienda temendo di esserne scalzati e di mettere a repentaglio i loro privilegi. Vale anche per i giornalisti.  Quelli bravi, quelli che se non ottengono risposta ad una prima domanda insistono con la seconda e la terza vengono definiti degli incapaci perchè l’obiettivo è minare il loro valore alla radice (ve la ricordate la lezione di giornalismo di Formigoni ..?).

E, naturalmente, vale nel mondo scientifico.

In questo paese di Tafazzi ce la continuiamo a raccontare che bisogna puntare sull’eccellenza, sul merito, che bisogna innovare perché è da questo che dipende non solo la nostra competitività ma la sopravvivenza stessa del sistema Paese. Ma è quello stesso Paese che rischia di perdere una scienziata come Ilaria Capua. Definita ‘mente rivoluzionaria’ dalla rivista americana Seed, annoverata nei top 50 di ‘Scientific American’, nel 2011 ha vinto il Penn Vet World Leadership Award, il più prestigioso riconoscimento al mondo nel campo della medicina veterinaria. Non solo. L’Economist l’ha inserita nella classifica dei personaggi destinati ad influenzare maggiormente il 2013 a livello planetario.

Si darà tempo fino a fine 2012 e poi non avrà che da scegliere tra numerose proposte di lavoro dall’estero. Lei, giustamente, di tempo non ne vuole perdere e chissà quanto ce ne vorrà perché si risolva, ammesso che si risolva, la questione trasferimento del suo laboratorio nei due piani della ‘Torre della ricerca’ della Fondazione Città della Speranza di Padova considerato il contorto inghippo economico-procedurale evidenziato dall’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie per il quale lavora e dove dirige il centro di scienze biomediche comparate. Possibile che, volendo trovare una soluzione, non si riesca a venirne a capo? Forse il problema è proprio volerlo. E il primo a volerlo dovrebbe essere l’Istituto per cui lavora.

Certo, l’ha fatta crescere, ma anche lei ha fatto crescere l’Istituto portandolo ad essere uno dei 10 centri di eccellenza al mondo nel campo della ricerca sui virus influenzali animali. E’ arrivata a Legnaro che la sua sezione contava 8 dipendenti, ora ne assomma 75. Trentacinque ricercatori a tempo indeterminato, oltre quaranta i precari ai quali riesce a garantire  circa due milioni di finanziamenti l’anno accedendo a bandi pubblici e facendo pagare profumatamente attività di ricerca e sperimentazione per le quali le aziende private si rivolgono al centro che dirige. Insomma: attira capitali stranieri.

Ilaria Capua soprattutto ha rotto gli schemi: nel tentativo di trovare una soluzione per la devastante epidemia di aviaria nel ’99-2000 ha ideato un protocollo che ha trasformato da ‘proibita’ la vaccinazione negli animali, a ‘raccomandata’ da Ue, Fao, OIE. Nel 2006 si è incaponita: aveva tracciato la mappa genetica del virus H5N1 che aveva già fatto il salto alla specie umana e all’Oms che le chiedeva di inserirlo in un database consultabile solo da 15 laboratori al mondo ha detto ‘No, mi spiace è una questione di coscienza. Io sono pagata per tutelare la salute pubblica e a queste informazioni devono avere accesso tutti, perciò le rendo disponibili a chiunque’. Una rivoluzione sulla trasparenza dei dati che poi l’Oms stessa ha sposato.

Per sua stessa ammissione la Capua è una ‘rompiballe’: si ostina a fare quello che ritiene giusto e non quello che converrebbe al quieto vivere. Perché resasi conto della necessità di creare una struttura amministrativa che fosse in grado, nel pubblico, di accedere ai fondi europei, lei  ha insistito finché non l’ha ottenuta. Perché quando riteneva utile mandare un ricercatore in giro per il mondo a imparare e ad insegnare e le rispondevano che non c’erano i soldi lei faceva in modo di trovarli dimostrando che volere è potere. E oggi nell’assumere dei ricercatori pretende che anche loro, nel loro piccolo, qualche finanziamento se lo trovino. E’ una scienziata che è un’imprenditrice della ricerca e che lavora nel pubblico pensando secondo il concetto della competitività e dell’eccellenza con l’obiettivo puntato costantemente sui risultati. E li ha portati eccome.

E ha dimostrato di farcela in un ambiente in cui è capitato di fare i conti anche con qualche inevitabile pregiudizio maschile.

Certo, non tutte le persone in gamba ce la fanno. Gandhi ricordava sempre che la sorte di chi vuole cambiare le cose è questa: prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci.

Ma come si fa a non soccombere? La risposta me l’ha offerta indirettamente proprio la dottoressa Capua. Nel parlare con lei mi sono resa conto che è totalmente consapevole del proprio valore e non potrebbe essere altrimenti considerati tutti i riconoscimenti che ha ricevuto. Certo, era anche il momento giusto per abbattere alcuni steccati, ma in lei c’è qualcosa che viene prima e che ha permesso i suoi risultati ed è stata la volontà di indirizzare i propri sforzi in modo da ampliarne al massimo le ricadute positive per la collettività. E’ qualcosa che ha a che fare con il profondo rispetto di sé e del proprio lavoro, con la passione per il proprio lavoro. Ed è questa consapevolezza del proprio valore che ti permette di superare ostacoli di ogni genere. E deve essere forte, radicata, ma allo stesso tempo libera anche dalla presunzione e dal prendersi troppo sul serio. La Capua è proprio così come emerge dal suo libro ‘I virus non aspettano’, sa spiegare cose difficili in modo semplice, sa ironizzare sulle proprie disavventure di donna e di mamma che lavora e sa anche che non può fermarsi mai perché deve continuare ad imparare.

Ministro Balduzzi, il 13 dicembre incontrerà Ilaria Capua. Contribuisca lei, questa volta, a rompere gli schemi, trovi il modo di passare dalle parole ai fatti dimostrando che questo Paese ha davvero a cuore il merito. La soluzione, se si vuole, la si trova. Ma serve eccellenza, anche in politica. Diversamente, la burocrazia ancora una volta avrà prevaricato non solo il  merito ma, una volta di più, anche il futuro.

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