Come mi sono costruita una carriera da zero

Donna e ingegnere. Figlia di un muratore, partita da un paesino, ora è manager in una multinazionale americana in Cina. “Ai giovani dico: siate umili, non chiedetevi cosa un’azienda può fare per voi, ma cosa voi avete da offrire. Oltre alla laurea”. Nel suo curriculum etica ed affidabilità sono le doti in evidenza.

Laurea in ingegneria gestionale, dottorato con tesi in meccanica applicata, a 41 anni Monica Dalla Valle, è una quotata manager  della General Electric  Oil & Gas China. E’ partita da un piccolo paese del vicentino, Chiampo, per arrivare fino in Cina dove la multinazionale americana fornisce macchinari per il pompaggio del gas metano dalle periferie più estreme della Cina alle grandi città, e per le raffinerie. A Shanghai da due anni e mezzo, guida due team coinvolti nella progettazione di impianti e sistemi di ingegneria per lo sviluppo di nuovi prodotti occupandosi sia della parte tecnica che della gestione dei progetti. Ha iniziato sbarcando il lunario finché studiava, con esperienze in società come Acque del Chiampo, poi impieghi in Ariston Cavi, in Ceccato aria compressa e quindi il salto internazionale nel gruppo Atlas copco come project manager e poi program manager alla sistemi eolici Vestas fino ad approdare in GE. Ecco come si è costruita una carriera.

Monica Dalla Valle in GE Oil & Gas ChinaUn diploma in ragioneria, poi la laurea in ingegneria gestionale e infine il dottorato con una tesi dove si è cimentata nella costruzione di un robot. Come mai questo percorso?

E’ un percorso di cui, alla fine, sono stata contentissima perché ha fatto di me un ingegnere industriale completa: so leggere i bilanci, ma so anche progettare macchine. Non era ovviamente tutto così chiaro nella mia testa, ma ho individuato via via delle passioni e le ho seguite. Essendo un tipo pratico, all’inizio ho pensato solo a procurarmi un diploma che, comunque andasse, mi offrisse una qualifica per poter entrare nel mondo del lavoro; mentre studiavo ho scoperto la passione per la parte economica e quindi ho pensato di iscrivermi a ingegneria gestionale anche se i miei professori mi dicevano che sarebbe stato quasi impossibile superare i test di ammissione di matematica e fisica, non avendo fatto lo scientifico. Però ho sfacchinato tutta l’estate e ce l’ho fatta.

Ha sempre ottenuto il massimo dei voti dal diploma in su, una gran secchiona?

Ma no, fino al diploma studiare mi veniva facile, è stato all’università che ho fatto veramente fatica, ma ero una perfezionista, ho rifiutato diversi esami perché non mi accontentavo del punteggio. Ho sempre preteso il massimo di quello che potevo dare.

All’università ha vinto una borsa di studio alla Boston University, cosa le ha aggiunto questa esperienza?

Andare negli Usa per me era come andare sulla luna, da italiana mi sentivo in svantaggio; ma lì ho capito qualcosa di importante: che noi italiani non dobbiamo affatto sottovalutarci, le nostre scuole sono di qualità e ci conferiscono eccezionali capacità di ragionamento. In Usa sono bravissimi ad affrontare i singoli problemi, ma se sono costretti ad alzare un attimo lo sguardo, si perdono. E poi ho capito che l’America è fatta da gente come me, di stranieri, ho conosciuto anche gli ambienti del Mit, di Harvard, e del Massachusetts general hospital. L’America mi ha fatto guadagnare fiducia in me stessa, lì ho capito che volontà, entusiasmo e capacità fanno la differenza. A una come me che non si sente mai ‘pronta’ ha dato molta sicurezza.

Parliamo di lavoro. Come è avvenuto il salto dalla Ceccato ai ruoli di rilievo internazionali?

Progettavo macchine e le costruivo anche, mi piaceva, ma tornata da Boston sentivo il bisogno di allargare gli orizzonti. Fare esperienze all’estero ti dà la misura di chi sei e cosa puoi fare e sapevo di poter dare di più, con questo obiettivo ho chiesto e ottenuto un trasferimento in Belgio in Atlas copco di cui la Ceccato fa parte. Mi occupavo di sviluppo prodotto viaggiando in tutto il mondo e da lì non mi sono più fermata.

Cosa le ha insegnato quella prima esperienza da ingegnere ‘sul campo’ ?

Avere le ‘mani in pasta’, costruire ciò che progetti, è stato fondamentale: capisci i problemi degli operai, dei manutentori, il bisogno di un  design funzionale. E impari che le idee più originali possono arrivare proprio gli operai. Con loro c’era un rapporto bellissimo, quando torno a casa passo sempre in Ceccato; per venirmi ad abbracciare chiedono di uscire dalla linea di produzione.

Monica Dalla Valle qui su una torre eolica quando era program manager in Vestas

In Atlas copco ha conosciuto il suo compagno argentino. Alla fine se si è trasferita in Asia è stato per seguire lui.

Sì, era lui allora ad avere la carriera meglio avviata e abbiamo scelto insieme di privilegiare il suo percorso. Tuttavia, siccome la politica aziendale non permetteva un doppio trasferimento, io mi sono trovata un altro lavoro, program manager nella ricerca e sviluppo di sistemi eolici Vestas, solo che io ero a Singapore e lui a Shanghai e ci vedevamo pochissimo e così attraverso un contatto Linkedin che ha parlato di me ad un manager in GE sono riuscita a trasferirmi a Shanghai. Anche i contatti dei social sono utili.

Mai percepito difficoltà per il fatto di essere donna in un ambito maschile?

Finora il merito mi ha ripagata. Devo dire che non ho ancora figli da gestire, ma non ho mai vissuto discriminazioni. Nemmeno io però ho sfruttato la condizione di donna per trarne un vantaggio, non partecipo a ‘woman club’ per poter godere di qualche opportunità in più, non lo troverei giusto. Il problema nello scalare posizioni, semmai, è non essere americana in una multinazionale americana.

Partendo da un piccolo paese è diventata manager di una grande società. Cosa si sente di dire ai tanti laureati che temono per il loro futuro?

Che ho studiato e lavorato tantissimo e lavorato e studiato insieme pretendendo da me solo il meglio, affrontando continuamente nuove sfide. Ricevo regolarmente lettere di laureati cui ‘piacerebbe fare un’esperienza in Cina’, ma non ti dicono cosa sanno fare. Si pensano già tutti dirigenti, tutti manager, non c’è l’ umiltà necessaria per poter imparare e così si chiudono in partenza molte porte. Direi che invece che chiedersi cosa può offrire loro un’azienda dovrebbero domandarsi: io cosa posso dare?

Da giovani non è sempre facile saperlo. Lei cosa garantisce ad un’azienda?

Che se mi affidano un progetto possono essere certi che ci lavorerò con il massimo impegno e porterò un risultato. E’ vero, bisogna lavorare molto su se stessi per sapere cosa si può dare, serve coraggio, ma è questa la premessa fondamentale per costruirsi un futuro.

CONTA NON SOLO QUELLO CHE SAI FARE. MA QUELLO CHE SEI.

Diploma di ragioneria al Piovene, laurea in ingegneria gestionale a Padova con tesi premiata dall’Accademia Olimpica, dottorato. Tutto col massimo dei voti. Eppure ciò che colpisce del curriculum di Monica Dalla Valle non sono tanto i punteggi, le bellissime referenze delle società per cui ha lavorato o dei suoi  professori, compresi quelli  di Boston e Harvard con i quali ha collaborato grazie alle borse di studio. Colpisce che abbia scelto sempre la strada più difficile, cambiando anche percorso, ma maturando però alla fine una competenza completa sia tecnica che gestionale. E colpisce ciò che è in evidenzia all’inizio del suo curriculum come nelle referenze: credibilità costruita sui risultati,  capacità di lavorare in gruppo, di ‘vedere dietro agli angoli’, curiosa del mondo, abbraccia l’ambiguità e l’incertezza, genera idee innovative e le realizza, incoraggia l’assunzione di rischi e impara da successi e insuccessi. Plaude opposti pensieri e idee, ascolta ed è umile, elevati standard etici, inflessibile integrità. Come dire che per fare carriera conta quello che sai, ma prima ancora quello che sei. “I miei genitori sono di Altissimo –racconta- mio padre faceva il muratore. Sono fieri della mia carriera, ma sono io ad essere orgogliosa di loro, di ciò che loro hanno costruito da zero, compreso darmi la possibilità di studiare. E’ più di quanto io abbia fatto finora”.

Pubblicato su ‘Il giornale di Vicenza’ il 24 aprile 2013

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Non ci salveremo, se non ci sentiremo una Nazione

Alle celebrazioni per il 25 aprile, al mio Paese, ho visto tanti vecchi alpini, tanti anziani, ma niente giovani se non un piccolissimo manipolo di studenti con i loro insegnanti. Troppo pochi. Peggio: salvo qualche rara eccezione, non c’erano neanche gli adulti. Per la stragrande maggioranza degli italiani il 25 aprile è semplicemente un giorno di vacanza, buono per fare un ponte. Mi chiedo dove pretendiamo di andare.

Mi sono sinceramente commossa nello scorgere tra i pochissimi ragazzini presenti tre che italiani proprio non erano; il loro professore di lettere aveva spiegato in classe il senso della festa della Liberazione, invitando gli studenti a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile. Si sono presentati solo un ragazzino africano e due indiani, poco dopo raggiunti da una loro compagna di classe italiana. E’ stata una scelta spontanea  far portare loro il gonfalone tricolore dell’Istituto comprensivo 2 di Montecchio Maggiore e devo dire che a vederli, così fieri di questo ruolo, ho pensato: toh, non avranno la cittadinanza, ma sono più italiani degli italiani.

Questa terra per loro e le loro famiglie ha rappresentato un’occasione, una speranza, in un territorio libero da guerre, fame, oppressioni. Si vedeva che lo portavano con orgoglio quel Tricolore. E mi sono chiesta: e noi? Alla domanda del mio post su Fb più di qualcuno ha risposto argomentando che con questa classe politica che ci governa c’è ben poco di cui essere fieri, che di certo molti rappresentanti delle nostre istituzioni non si meritano di portarlo il Tricolore, che ci è passata la voglia di essere italiani fino a chi ha ammesso di vergognarsi di essere italiano. Comprensibilissime affermazioni.

Ma di chi è quest’Italia se non nostra? Non abbiamo proprio alcuna responsabilità? Io credo di sì. Credo che per troppi anni concetti come democrazia e libertà li abbiamo dati per scontati. Il benessere seguito al dopoguerra ci ha fatto perdere il senso del sacrificio che abbiamo conosciuto, di un fine collettivo, quello di chi ha saputo combattere per un ideale immolando perfino se stesso. Quegli uomini e quelle donne, quei tantissimi giovani, non erano al servizio di loro stessi ma di quel ‘bene comune’ che oggi tanto invochiamo, il loro scopo era un’eredità da lasciare a chi sarebbe venuto dopo. Non l’abbiamo onorato.

E’ questo che ci è mancato: questo alto senso dello Stato e la classe politica di cui tanto ci vergogniamo siamo noi ad averla permessa, altro non è che il nostro specchio.

La parola Patria oggi ci imbarazza, della bandiera ci sentiamo orgogliosi solo quando la nazionale di calcio vince una competizione importante, allora sì che andiamo per le strade a sventolarla con orgoglio. Ma cosa c’entra questo col sentirsi italiani? E’ comprensibile oggi che il benessere ci sta abbandonando essere così arrabbiati con chi ci governa, ma nessuno ci salverà. Ieri in piazza a Vicenza Renzo Ghiotto  detto ‘Il Tempesta’, uno dei ‘Piccoli Maestri’ di Luigi Meneghello ha detto: “Ai giovani rivolgo un’esortazione: non crediate che venga un Messia a salvare la Patria. La Patria la salviamo noi, bisogna farlo tutti insieme”.

E si salverà nel momento in cui cominceremo a sentirci una Nazione. E’ per questo che ieri sul davanzale di casa ho esposto la nostra bandiera.

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L’innovazione (dal dire al fare)

Di innovazione si parla moltissimo, ma il punto è: c’è un metodo per trovare l’idea nuova che generi profitti? Ed è alla portata anche delle piccole imprese? La risposta è sì e il ‘come’ lo ha spiegato Alessandro Garofalo –tra i maggiori esperti in Italia di innovazione- all’incontro organizzato da Risorse in Crescita alla sede di Confindustria a Schio su ‘Fare innovazione in modo efficace e veloce: dalla strategia al metodo’. Garofalo non si occupa solo di didattica, ma è forte di una trentennale esperienza in aziende come Ferrari, Geox, Nokia, Bnl, Rai, Pirelli, Technogym, Telecom, Askoll. E’ anche titolare di idee associate l’unica società italiana ad aver certificato la qualità dei propri processi di generazione delle idee.

Alessandro Garofalo

Ragionare per paradossi, rompere gli schemi.

Esistono circa 250 tecniche di creatività per favorire nuove idee -ha spiegato Garofalo- ma le prime domande da porsi sono: perché comprano il mio prodotto? Qual è la sua funzionalità d’uso? E poi rompere gli schemi. Le innovazioni più straordinarie sono quelle che  nascono mettendo in dubbio in modo costruttivo il proprio mercato di riferimento; lo ha fatto Technogym creando macchine per la ginnastica in acqua, il Cirque du Soleil, la Vibram con la scarpa da calzare come un guanto, gli inventori della penna 3d. Tutte idee nate da un paradosso: mettere il ferro in acqua, fare un circo senza animali, produrre una scarpa pensando a una mano, realizzare la penna che non traccia segni, ma crea solidi.      Per moltiplicare le possibilità di trovare soluzioni con poche risorse ponetevi quesiti ‘impossibili’, per esempio: come creare una macchina non aerodinamica che consumi meno di una aerodinamica o come mettere una lunghissima lista di informazioni su una superficie ridotta. E ricordate che innovare più di qualche volta significa ‘togliere’: ricordate il walkman? Nell’epoca dei grossi impianti stereo pensare a uno strumento che non avesse casse e non registrasse poteva essere considerata una follia. E invece. 

Applicare le tre regole del Mit

Per favorire idee di valore è bene tenere a mente tre principi di chi lavora da sempre nell’innovazione. Al Mit di Boston si finanziano solo progetti interdisciplinari. Per progettare la casa del futuro non bastano architetti e ingegneri, servono anche sociologi, pediatri, geriatri… Per un’azienda significa unire più competenze e ricorrere sistematicamente al punto di vista di clienti e fornitori. Altra regola è l’interculturalità: da gruppi di lavoro con persone di provenienze diverse emergono più idee. E se l’idea c’è, abbozzatela. Al Mit vige la regola ‘Demo or die’: se hai un’idea mostramela o non la considero.

Moltiplicare risorse e possibilità

Ma perché in una piccola azienda in genere non si innova? Perché si pensa di non avere problemi. Cercateli là dove pensate non ce ne siano, in genere nel settore gestione e servizi, migliorando si può già recuperare il 35% dei costi. Ricordate che gli errori progettuali si pagano salati, quindi ogni modifica di un prodotto tenga conto delle ricadute su tutta la catena del valore, trasporto compreso; in questo è utile la tecnica Qfd consultabile su www.qfdi.org. La contaminazione è necessaria: non partecipate solo alle fiere del vostro settore, ma frequentatene di completamente diverse per elaborare possibili connessioni con la vostra area merceologica. Anche istituzioni e associazioni di categoria possono attivare processi virtuosi. Garofalo, da presidente di Trentino Sviluppo, ha valorizzato motivati manager in pensione facendone il collegamento tra aziende e ricerca universitaria generando 50 collaborazioni e nuovi prodotti.

Rivoluzioni? No, piccoli passi

Vincere o perdere oggi più che mai, come diceva Al Pacino in ‘Ogni maledetta domenica’, è questione di centimetri. Ma i centimetri sono dappertutto. Per questo, più che su invenzioni straordinarie, Garofalo crede che le Pmi debbano puntare a creare continuamente nuovi piccoli progetti che superino i precedenti. Fate dunque in modo che nella vostra azienda si generino più idee possibile perché su 100, quelle buone saranno al massimo 5. Valorizzate i collaboratori più creativi che si nascondono in ogni settore (in Rai idee innovative sono nate da ragazzi dell’ufficio legale o immobiliare); circondatevi di giovani che sappiano connettere l’azienda con il mondo e ne colgano i cambiamenti e fate sì che quelli con più esperienza li guidino nella realizzazione di un’idea nuova. E una volta trovata, fate attenzione a non ucciderla: valutate che il mercato sia davvero pronto a coglierla.

Pubblicato su ‘Il Giornale di Vicenza’, sezione economia, il 26 febbraio 2013

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L’Italia da cambiare. L’autista al seggio, l’elettore a piedi. Perchè non impiegare i disoccupati?

seggioNon è comprensibile perché siano così tanti i dipendenti delle aziende di trasporto rappresentanti di lista o impiegati come scrutatori nei seggi. Non è accettabile. Cos’è? Una lobby degli autisti?

In un Paese civile non è concepibile che, per effetto delle elezioni, si riducano fino al 30% le corse di autobus e metro. Siamo al paradosso: per esercitare il diritto di voto si deve subire un disservizio pubblico.

Non ci sono stati solo disagi a Napoli – dove già i cittadini avevano accusato lo stop degli autobus causa mancanza di gasolio- ma anche a Roma, Napoli, Palermo, Torino dove moltissimi autisti hanno chiesto e ottenuto di lasciare il lavoro per essere impiegati nei seggi. Nel capoluogo piemontese 1.110 dipendenti sono impegnati come rappresentanti di lista e oltre 700 sono conducenti di mezzi pubblici , negli altri casi si tratta di addetti alle manutenzioni, agenti del servizio metropolitano e ferroviario, addetti ai parcheggi e impiegati. E’ mai possibile? A Venezia il servizio è stato garantito perché i 246 autisti dell’Actv sono stati sostituiti con l’impiego di ‘stagionali’ e aumentando gli straordinari del resto del personale (l’azienda fa sapere che questi stagionali erano già stati assunti per lavori sulle deviazioni dei percorsi dei mezzi pubblici e dirottati a coprire le esigenze del servizio). Certo, si tratta di un diritto di chiunque sia iscritto alle liste elettorali, ma sta alle commissioni elettorali comunali stabilire i criteri entro i quali va esercitato. E non sarebbe un dovere, di questi tempi specialmente, offrire una corsia preferenziale a disoccupati, studenti, pensionati con alta scolarità a fronte di un basso reddito?

Perché -spiegano nelle aziende- questo diritto l’azienda non lo può negare e, oltre al pagamento di un’indennità da parte dello Stato per l’attività nei seggi, comporta retribuzione di permessi, eventuali festività non godute e riposi compensativi a carico delle aziende stesse. Insomma, non si tratta solamente di esercitare un dovere-diritto civico, ma di trarne un vantaggio economico. Si tratta cioè anche di costi per lo Stato e per le aziende. E in un’Italia che i soldi deve spenderli con oculatezza ed equità c’è da riflettere.

Senza contare che le elezioni comportano la sospensione delle lezioni in moltissime scuole e dunque la disponibilità di buona parte del personale, in un Paese che vanta il 37% di disoccupazione giovanile è un’assurdità ricorrere a chi un lavoro comunque già ce l’ha . E il criterio di cui tenere conto, oggi, dovrebbe essere quello improntato al risparmio, al creare un’opportunità per chi non lavora senza ovviamente sacrificare il migliore servizio (per gli elettori e gli utenti dei mezzi pubblici).

“In tempi di crisi, in effetti,  sarebbe giusto cogliere queste occasioni per offrire un’opportunità ai disoccupati – ammette Ilario Simonaggio, segretario generale Filt Cgil Veneto- e questo, naturalmente, senza alterare funzionamento macchina elettorale. Da  5 anni stiamo cercando di rinnovare il contratto nazionale, anche questo è un problema da porsi”.

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La formula della creatività in un rompicapo

http://www.rompicapoinlegno.it/rompicapo.php?nome=La+T+che+si+%E8+rottaQuattro pezzi di un puzzle, e il compito era metterli insieme e formare la lettera ‘T’. E che ci vuole? Già, l’ho pensato anch’io prima di perderci la testa. E di imparare una bella lezione.

Questo rompicapo mi ha fatto pensare per giorni. Ho provato e riprovato tentando decine di soluzioni diverse ogni volta, mi sono fermata irritata e sconcertata per poi tentare ancora, senza esito.

E se tutte queste punte dovessero incastrarsi tra loro? Ne esce …una stella a tre punte, poi una K. Va bene lo stesso una K? No, non va. E se le scritte sulle mie tessere non avessero alcun senso e fossero solo un diversivo? Magari le hanno messe per sviarti apposta. E allora proviamo a mettere un pezzo con la scritta verso l’alto e quest’altro pezzo rovesciato. Niente. E se la T avesse il tratto corto che finisce con due belle punte? Sta lì l’inghippo!

No, decisamente la T normale non si può fare, nella mia scatola hanno dimenticato qualche pezzo fondamentale o c’è sicuramente un errore.

E l’errore c’era infatti. Ma era mio. Perché la soluzione ce l’avevo proprio davanti agli occhi, ma dovevo pensare in maniera nuova, rompere il paradigma del mio approccio al problema usando ciò che avevo a disposizione ma in maniera diversa, considerare un pezzo come parte di un tutto.

Ed eccola la T che si materializza sotto ai miei occhi: una T perfetta, senza punte, con le scritte che, insieme, hanno perfettamente senso. Nessuna costruzione astrusa, nessun trabocchetto. Nessun ‘se’. Tutto magnificamente semplice.

E’ stata una bella lezione. Una bella metafora. Perchè ho riflettuto sul fatto che anche la vita a volte ce la complichiamo da soli. Pensiamo sempre che non sia possibile raggiungere quel risultato, che ci sia un inghippo messo lì apposta, che non abbiamo tutto quello che serve per farcela. E invece basterebbe fermarsi, darsi un po’ di tempo, non ostinarsi sul problema cercando pervicacemente di risolverlo nel modo tradizionale.

Ha ragione Guy Claxton con il suo ‘Il cervello lepre e la mente tartaruga’, dobbiamo pensare di meno e capire di più. In questi tempi in cui fare tutto velocemente sembra una necessità i problemi si possono invece risolvere rallentando. Vince chi riesce a fermarsi, chi esce dagli schemi e impara a  riprendere confidenza con il paradosso, allontanandosi da uno schema razionale per lasciare che la mente inconscia porti a galla la soluzione.

Così si diventa creativi.

E la creatività è la premessa per l’innovazione e quella concreta segue la strada meno frequentata: quella che non promette ricette facili, risposte pronte, ma obiettivi solidi da raggiungere con strenua applicazione. Del resto i risultati, come diceva Edison, sono figli di una formula: 1% inspiration e 99% … perspiration.

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In gamba sul lavoro? No, rompipalle.

I bravi? Diciamolo, sono dei rompipalle.

Rompono le scatole in un sistema in cui la carriera generalmente non si fa per merito. Vale nella scuola dove gli insegnanti che vogliono fare di più e di meglio spinti dall’entusiasmo per il loro mestiere e  la responsabilità nei confronti delle nuove generazioni vengono emarginati da coloro che dicono ‘non è previsto nel contratto’; vale negli enti pubblici dove se proponi qualcosa di nuovo e di diverso ti rispondono ‘No’. Perché no? ‘Perché si è sempre fatto così e non si cambia’. Vale naturalmente e più che mai, nella politica come in quel privato che fa rima con limitato, dove i capi non promuovono gli elementi migliori a beneficio della collettività o dell’azienda temendo di esserne scalzati e di mettere a repentaglio i loro privilegi. Vale anche per i giornalisti.  Quelli bravi, quelli che se non ottengono risposta ad una prima domanda insistono con la seconda e la terza vengono definiti degli incapaci perchè l’obiettivo è minare il loro valore alla radice (ve la ricordate la lezione di giornalismo di Formigoni ..?).

E, naturalmente, vale nel mondo scientifico.

In questo paese di Tafazzi ce la continuiamo a raccontare che bisogna puntare sull’eccellenza, sul merito, che bisogna innovare perché è da questo che dipende non solo la nostra competitività ma la sopravvivenza stessa del sistema Paese. Ma è quello stesso Paese che rischia di perdere una scienziata come Ilaria Capua. Definita ‘mente rivoluzionaria’ dalla rivista americana Seed, annoverata nei top 50 di ‘Scientific American’, nel 2011 ha vinto il Penn Vet World Leadership Award, il più prestigioso riconoscimento al mondo nel campo della medicina veterinaria. Non solo. L’Economist l’ha inserita nella classifica dei personaggi destinati ad influenzare maggiormente il 2013 a livello planetario.

Si darà tempo fino a fine 2012 e poi non avrà che da scegliere tra numerose proposte di lavoro dall’estero. Lei, giustamente, di tempo non ne vuole perdere e chissà quanto ce ne vorrà perché si risolva, ammesso che si risolva, la questione trasferimento del suo laboratorio nei due piani della ‘Torre della ricerca’ della Fondazione Città della Speranza di Padova considerato il contorto inghippo economico-procedurale evidenziato dall’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie per il quale lavora e dove dirige il centro di scienze biomediche comparate. Possibile che, volendo trovare una soluzione, non si riesca a venirne a capo? Forse il problema è proprio volerlo. E il primo a volerlo dovrebbe essere l’Istituto per cui lavora.

Certo, l’ha fatta crescere, ma anche lei ha fatto crescere l’Istituto portandolo ad essere uno dei 10 centri di eccellenza al mondo nel campo della ricerca sui virus influenzali animali. E’ arrivata a Legnaro che la sua sezione contava 8 dipendenti, ora ne assomma 75. Trentacinque ricercatori a tempo indeterminato, oltre quaranta i precari ai quali riesce a garantire  circa due milioni di finanziamenti l’anno accedendo a bandi pubblici e facendo pagare profumatamente attività di ricerca e sperimentazione per le quali le aziende private si rivolgono al centro che dirige. Insomma: attira capitali stranieri.

Ilaria Capua soprattutto ha rotto gli schemi: nel tentativo di trovare una soluzione per la devastante epidemia di aviaria nel ’99-2000 ha ideato un protocollo che ha trasformato da ‘proibita’ la vaccinazione negli animali, a ‘raccomandata’ da Ue, Fao, OIE. Nel 2006 si è incaponita: aveva tracciato la mappa genetica del virus H5N1 che aveva già fatto il salto alla specie umana e all’Oms che le chiedeva di inserirlo in un database consultabile solo da 15 laboratori al mondo ha detto ‘No, mi spiace è una questione di coscienza. Io sono pagata per tutelare la salute pubblica e a queste informazioni devono avere accesso tutti, perciò le rendo disponibili a chiunque’. Una rivoluzione sulla trasparenza dei dati che poi l’Oms stessa ha sposato.

Per sua stessa ammissione la Capua è una ‘rompiballe’: si ostina a fare quello che ritiene giusto e non quello che converrebbe al quieto vivere. Perché resasi conto della necessità di creare una struttura amministrativa che fosse in grado, nel pubblico, di accedere ai fondi europei, lei  ha insistito finché non l’ha ottenuta. Perché quando riteneva utile mandare un ricercatore in giro per il mondo a imparare e ad insegnare e le rispondevano che non c’erano i soldi lei faceva in modo di trovarli dimostrando che volere è potere. E oggi nell’assumere dei ricercatori pretende che anche loro, nel loro piccolo, qualche finanziamento se lo trovino. E’ una scienziata che è un’imprenditrice della ricerca e che lavora nel pubblico pensando secondo il concetto della competitività e dell’eccellenza con l’obiettivo puntato costantemente sui risultati. E li ha portati eccome.

E ha dimostrato di farcela in un ambiente in cui è capitato di fare i conti anche con qualche inevitabile pregiudizio maschile.

Certo, non tutte le persone in gamba ce la fanno. Gandhi ricordava sempre che la sorte di chi vuole cambiare le cose è questa: prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci.

Ma come si fa a non soccombere? La risposta me l’ha offerta indirettamente proprio la dottoressa Capua. Nel parlare con lei mi sono resa conto che è totalmente consapevole del proprio valore e non potrebbe essere altrimenti considerati tutti i riconoscimenti che ha ricevuto. Certo, era anche il momento giusto per abbattere alcuni steccati, ma in lei c’è qualcosa che viene prima e che ha permesso i suoi risultati ed è stata la volontà di indirizzare i propri sforzi in modo da ampliarne al massimo le ricadute positive per la collettività. E’ qualcosa che ha a che fare con il profondo rispetto di sé e del proprio lavoro, con la passione per il proprio lavoro. Ed è questa consapevolezza del proprio valore che ti permette di superare ostacoli di ogni genere. E deve essere forte, radicata, ma allo stesso tempo libera anche dalla presunzione e dal prendersi troppo sul serio. La Capua è proprio così come emerge dal suo libro ‘I virus non aspettano’, sa spiegare cose difficili in modo semplice, sa ironizzare sulle proprie disavventure di donna e di mamma che lavora e sa anche che non può fermarsi mai perché deve continuare ad imparare.

Ministro Balduzzi, il 13 dicembre incontrerà Ilaria Capua. Contribuisca lei, questa volta, a rompere gli schemi, trovi il modo di passare dalle parole ai fatti dimostrando che questo Paese ha davvero a cuore il merito. La soluzione, se si vuole, la si trova. Ma serve eccellenza, anche in politica. Diversamente, la burocrazia ancora una volta avrà prevaricato non solo il  merito ma, una volta di più, anche il futuro.

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I giovani meritano speranza e fiducia. Più che i loro genitori

Io non ho paura per il futuro dei giovani, quelli che si danno da fare, nonostante tutto. Nonostante le lauree a pieni voti e le attese deluse, nonostante si adattino a sbarcare il lunario nei call center o a fare i camerieri, nonostante l’incedere in bilico su un’esistenza precaria eppure in movimento: il segreto è continuare a camminare sul quella fune per non precipitare.  No, non temo per il futuro di questi giovani perchè se non qui, nel mondo una strada che li realizzi la troveranno. Ne sono certa.

Io temo di più per i genitori che hanno cresciuto molti di loro e che oggi dipingono per la generazione che hanno allevato un futuro a tinte fosche. Mi fanno incazzare  parecchi di questi adulti che si lamentano e dicono ‘Non c’è speranza per mio figlio’. Perché sono stati proprio loro a contribuire a creare le condizioni di oggi, ad assistere al degenerare di un Paese che a bordo del suo benessere andava alla deriva in un mare di clientelismi e corruzione, di una politica che si è dimenticata di che cos’è il bene comune in una società che ha continuato a sprecare e a tutelare diritti acquisiti senza preoccuparsi di cosa avrebbe tolto a chi sarebbe venuto dopo.  E oggi si arrabbiano. Perché i loro figli non hanno un futuro, perchè in Italia non vince il merito, perché a forza di lavori precari i ragazzi non possono permettersi uno straccio di domani.

Quanti tra di loro a questi figli avrebbero portato lo zaino fin dentro la classe se avessero potuto, quanti andavano ad imprecare dai professori se il ragazzo prendeva un voto che non consideravano adeguato, quanti impegnati a far soldi e carriera si sono giustificati pensando che valeva più la qualità che la quantità del tempo da trascorrere a casa e mettevano a tacere i sensi di colpa coprendo i ragazzini di regali prima ancora che cominciassero a coltivare un desiderio senza preoccuparsi dell’importanza di educarli a coltivare un sogno. E di allenarli alla fatica per conquistarlo. Quanti hanno loro insegnato che invece, a debito, si poteva comprare tutto, anche una vacanza.

Temo anche per i figli di quei genitori da sempre avvelenati contro ‘il sistema’ impegnati costantemente non a pensare come costruire ma a  protestare contro qualcosa o qualcuno per ciò che non hanno avuto dalla vita,come se questo li potesse sollevare dalle responsabilità di offrire ai loro figli le ragioni per avere speranza. Non basta dire ai figli quanto si vuole loro bene. Amore significa, nonostante le difficoltà e le delusioni, educare i figli alla felicità. E possiamo farlo solo se noi stessi, nonostante le prove cui la vita ci sottopone riusciamo ad essere un esempio per loro trovando piccole-grandi ragioni per essere felici per primi.

I figli di oggi sono il prodotto dei genitori di ieri, del modo in cui loro stessi hanno affrontato le difficoltà e del Paese che hanno contribuito a costruire. La colpa non è degli ‘altri’ è di un’intera generazione che ha permesso che le condizioni di oggi si realizzassero e oggi dire loro che non c’è più speranza ha il sapore di una beffa.

C’è speranza ragazzi, c’è sempre se ci aggiungete l’azione. Se vi date da fare, se vi considerate italiani e cittadini del mondo. Non scappate da questo Paese, è il vostro Paese, amatelo pur con tutte le sue contraddizioni, ma allargate i confini del vostro orizzonte, andate a conoscere cosa c’è oltre questa Italia bellissima ma piccola e di limitate vedute. Ma andate per tornare. Se non voi, chi potrà cambiarla?

Con poco oggi potete viaggiare e mantenervi all’estero se volete, potete conoscere persone e inondare la mente di idee, prospettive e possibilità nuove. Potete capire che, nonostante quello che vi stanno raccontando, voi avete molte più ragioni di altri per avere speranza perché avete auto un’istruzione, mezzi di comunicazione straordinari e anche perchè siete cresciuti in un Paese senza guerre, né fame. Ha già fatto la differenza nascere qui piuttosto che altrove. Anche per questo non avete il diritto di non avere speranza.

La speranza è nel fare. E nel recuperate i vostri sogni.

Alleatevi.

Alleatevi per poter continuare a sognare, per proporre il cambiamento che volete realizzare. Se non voi chi potrà migliorare, far rinascere questo Paese?

Alleatevi tra voi con determinazione, con fiducia, con l’energia di cui sono carichi i vostri anni.  Alleatevi con il buono che c’è, e ce n’è,  tra i vostri padri e le vostre madri: quelli che si distinguono per le azioni concrete con le quali stanno cercando di cambiare questo stato di cose e che vi sono accanto per allenarvi al futuro.

E alleatevi con la saggezza. Con chi ha conosciuto il valore della conquista in tempi duri, molto duri. Quelli che oggi la società considera per lo più un costo, un peso, hanno una ricchezza che fa al caso vostro: moltissimi dei vostri nonni hanno conosciuto la vostra stessa precarietà, la fatica, la paura gli stessi sentimenti che provate oggi. Sì, sono altri tempi, ma vi possono insegnare il coraggio.

Abbiate fiducia, non mollate. E, come diceva Ghoete ricordate:

“C’è una verità elementare la cui ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani: nel momento in cui uno si impegna a fondo, anche la provvidenza si muove. Infinite cose accadono per aiutarlo, cose che altrimenti mai sarebbero avvenute… Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di poter fare, incominciala. L’audacia ha in sè genio, potere, magia. Incominciala adesso”.

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Il talento, il destino e i segnali per riconoscerlo

Se sei una ghianda non potrai che diventare una quercia, un giorno. Per quanto tu tenti di  forzare la tua natura, il tuo destino è di diventare una quercia. Niente altro che una quercia.  E’ il tuo daimon.

Ciascuno di noi è unico, ciascuno di noi ha un talento, scoprirlo e nutrirlo con l’applicazione è ciò che dà un senso al nostro essere qui e ciò da cui dipende la nostra felicità e il nostro equilibrio. Ma sappiamo riconoscerne i segnali nei nostri figli ? E del nostro talento che ne è stato? Perchè crescere i figli è un po’andare anche alle radici di noi stessi, interrogarci e capire se, mentre loro cercano di fare luce sul loro destino, il nostro lo stiamo compiendo. La teoria della ghianda e il concetto del daimon dello psicanalista e filosofo americano James Hillman racchiudono in se stessi l’accettazione di un mistero, di qualcosa di innato che chiede solo di poter uscire allo scoperto rispettandone tempi e modalità, diverse per ognuno di noi.

Daimon è una parola greca e significa demone. Andando oltre la sua comune accezione, il termine rende l’idea perchè è ciò che pervade tutto il nostro essere. Si rifà al mito di Er di Platone e Hillman descrive il daimon come la creatura divina che ci guida nel compimento di quel  disegno che la nostra anima si è scelta prima di nascere e di cui ci dimentichiamo al momento in cui veniamo al mondo. Ma la vocazione, la chiamata, resta. E il daimon fa di tutto affinchè noi la viviamo.

Alla chiamata del destino spesso sembriamo però resistere, siamo confusi, non sappiamo riconoscere la nostra vocazione. Paura? Disistima? Pigrizia? Forse, semplicemente un’ attesa necessaria al suo manifestarsi.  Ma bisogna prestare attenzione ai segnali dell’infanzia. A volte sono improvvisi, a volte perfino  contraddittori, ma solo in apparenza.

Tra i vari esempi Hillman ricorda che Ella Fitzgerald ad un concorso per dilettanti all’Opera House di Harlem dove si presentava per ballare improvvisamente cambiò idea decidendo che avrebbe cantato. Era … Ella Fitzgerald.

A volte il daimon si rivela così, all’ improvviso, a volte ti protegge affinchè tu raggiunga l’età in cui sarai in grado di guardare in faccia il tuo destino. Come accadde al torero Manolete. Avrebbe innovato lo stile stesso della corrida, ma chi l’avrebbe mai detto? Era timido e pauroso da bambino tanto che gli amici lo prendevano in giro perché ‘era sempre attaccato alle sottane della madre’ così  come in seguito lo sarebbe stato alla mantilla.

La scrittrice francese Colette aveva una vera e propria avversione per la scrittura come se il suo daimon volesse proteggerla da un inizio troppo precoce, eppure negli  anni in cui maturava il vissuto necessario a nutrire i suoi scritti “Colette provava una vera avidità per i materiali della sua vocazione”. Carta di tutti i tipi, matite di tutti i colori, temperini, calamai.. e leggeva, leggeva…

Il modo in cui siamo stati cresciuti, i condizionamenti esterni, gli schemi mentali che cicostruiamo, le necessità del vivere ci soffocano e ci confondono, ma il nostro daimon è lì a ricordarci che dobbiamo compiere il nostro destino e a creare le condizioni stesse affinché accada. Facendoci incontrare le persone utili allo scopo, frapponendo nella nostra vita anche gli ostacoli da superare perché necessari alla nostra evoluzione.

Se realizziamo che esiste la spinta del nostro daimon, allora si spiegano molte cose.

Quando non lo assecondiamo dentro di noi sentimenti e sensazioni si aggrovigliano, stiamo male nell’animo e il corpo ne porta le tracce. Il malessere può esplodere in rabbia o farci implodere. Tutto pur di non ascoltarci, e non sarebbe difficile perchè  quando stiamo male è evidente che dentro di noi qualcosa urla. Ma proseguire su una strada conosciuta, per quanto dolorosa è, almeno all’ apparenza, più semplice e sicuro. Ed è il motivo per il quale resistiamo al cambiamento necessario alla nostra realizzazione.

Eppure dovremmo assecondarlo, non resistervi, accogliere anche le difficoltà come parte di un più grande disegno, accettare l’idea di un mistero che deve compiersi.

E a volte,  semplicemente realizzare che siamo saliti su un palcoscenico convinti di dover ballare e scoprire, invece, che siamo fatti per cantare.

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Il modo migliore per avere il controllo è perderlo.

Il controllo sembra essere così tremendamente importante. Spesso ci illudiamo di averlo, ci convinciamo di detenerlo. Sul lavoro con i dipendenti, menando le danze con i clienti e i fornitori, gestendo la crescita dei figli, il rapporto col partner, o riguardo anche alle stesse notizie di cui siamo bombardati e su cui clicchiamo ‘mi piace’ o che commentiamo con tanta sicurezza sicuri di ‘sapere come stanno le cose’. Ma siamo così sicuri di sapere, di avere il controllo? E soprattutto è poi così importante? O otteniamo di più se lo perdiamo?

Io credo che il controllo sia, spesso, un limite, credo sia più importante saper creare relazioni , saper mettersi in ascolto. Sul lavoro come nelle relazioni virtuali o reali che siano.

Riguardo al business lo penso a maggior ragione dopo aver ascoltato in rete un estratto dal Word Business Forum su un intervento di Charlene Li, esperta di social media sul tema:‘Rinuncia al controllo, tieni il comando’.
 In questo caso parla di come, perdendo il controllo della rete e essendo aperto a critiche puoi, anche sfruttando i tuoi stessi errori,  generare delle straordinarie opportunità per la tua azienda. Se rinunci al controllo e crei lo scambio, insomma, vinci.
E questo ha molto a che fare col saper essere leader perché- come dice Charlene Li “L’unico modo per far andare qualcuno nella tua direzione è ispirarlo e puoi farlo creando una relazione con lui. La leadership e ciò che si fa non attraverso la quantità di controllo che eserciti su una persona, ma con il livello di l’influenza che eserciti”.

Accade che attrai a te se sei sufficientemente predisposto all’ascolto.

Accade se impari ad affidarti.

Lasciarsi andare, lasciarsi fluire, andare ‘verso’. E’ questa la chiave. E lo è a maggior ragione nei rapporti d’amore.

Se ami l’altro e hai paura di perderlo ti dai sì, ma fino ad un certo punto… Stai sulle tue, affidarsi è un rischio troppo alto. E se poi mi lascia? E se poi mi tradisce? No, devo mantenere il controllo sulle mie emozioni.

Ma è proprio così che finirai per correrlo sul serio quel rischio. E’ proprio il terrore di perdere che ti farà perdere.

Non si può amare e essere amati veramente senza affidarsi. Non esiste amore senza questa premessa. L’amore vero non concepisce questo muro invisibile e nel tentativo di superarlo finisce per logorarsi, per sfinirsi. Quando va ‘bene’ si trasforma in affetto. Nella maggior parte dei casi, se l’altro ha sufficiente amore di sé si mette in salvo e quel rapporto muore. Perchè nel tentativo di scalare quel muro si crea sofferenza per entrambe le parti. Molta, inutile sofferenza.

Quante storie si sono seccate per colpa di questa resistenza? Quanta bellezza e ricchezza avrebbero potuto generare e moltiplicare nel … darsi, semplicemente darsi, senza resistenze?

L’amore cresce nell’abbandono, nel desiderio di dare tutto ciò che sei e che senti e nella volontà di accogliere l’altro così, com’è. L’amore esiste se scegli di appartenere a qualcuno.

Ed è quella la condizione che ti permette di sentire. Di creare quella sintonia e quella vicinanza per la quale ogni necessità di controllo su te stesso o sull’altro diventa, semplicemente, inutile.

Ama e basta. L’amore potrà anche finire, sì. Chi può dirlo?

Ma almeno l’avrai conosciuto.

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Italia-Germania, la partita si gioca sui giovani talenti

Dobbiamo sempre più pensarci come cittadini d’Europa e del mondo, specie se si è giovani e si tratta di trovare un’occupazione, ma anche se si vuole progredire nella carriera o semplicemente fare un’esperienza fuori dai nostri confini. Ma sappiamo come muoverci all’estero a questo scopo?

“Non ancora –spiega Bernd Faas- vicepresidente di Eurocultura ed esperto di mobilità internazionale – in questo contesto gli italiani commettono ancora diversi errori”.

Dove sbaglia chi cerca lavoro all’estero?

Il primo errore è non conoscere il tessuto economico del Paese di destinazione. In Germania e Francia, ad esempio, ci sono molte più grandi aziende che in Italia e cambia il modo di proporre la propria candidatura. Secondo errore: l’italiano è sempre disposto a ‘fare tutto’. Sbagliato. Andate all’estero sapendo cosa potete offrire e in quale ambito. Terzo: se si trova un impiego la tentazione è di volere tutto e subito. Ma serve in media un anno per poter lavorare con la propria qualifica, prima bisogna adeguare la conoscenza della lingua alle richieste professionali adattandosi anche ad altre mansioni.

Un consiglio fondamentale?

Non cercate lavoro pensando che dovete trovare una soluzione alla disoccupazione, non non pensate nell’ottica ‘cosa posso prendere’, ma ‘cosa posso dare’.

Come si costruisce il curriculum efficace all’estero?

Ci si sta uniformando al curriculum di tipo anglosassone, ma i modelli sono ancora divisi per 4 aree linguistiche. Il Cv italiano è simile allo spagnolo. Quelli anglosassone, francese e tedesco sono abbastanza simili ma l’area tedesca vuole la fototessera, un profilo schematico e referenze scritte, mentre niente foto per gli inglesi ma referenze con numero telefonico e soprattutto devono essere in evidenza caratteristiche peculiari come la capacità di delegare o lavorare in gruppo piuttosto che per obiettivi. I francesi si collocano a metà strada.

Ci sono innumerevoli percorsi formativi in Europa. Quale può offrire maggiori possibilità di trovare lavoro?

Il dubbio del datore di lavoro all’estero è proprio capire ‘chi sa fare cosa’ e cioè se il percorso formativo italiano sviluppa le medesime competenze come nel suo Paese. Volendo arrivare alla laurea è bene ricordare che l’Europa oggi offre molte possibilità di doppia laurea studiando parte in Italia, parte all’estero. E’ una buona soluzione se non si sa dove si lavorerà domani.

Oggi dove ci sono le più interessanti opportunità di lavoro?

Germania, Austria e Svizzera in primis. La Germania ha estremamente bisogno di stranieri, ufficialmente 500 mila, ma si stima  possano essere anche un milione. E non solo posti nelle imprese, anche docenti. Dal 2013 ci sarà l’obbligo di coprire tutte le necessità di posti nei nido e serviranno almeno 30 mila insegnanti. Entro il 2018 andranno invece in pensione 400 mila insegnanti su un milione. Serviranno docenti di materie scientifiche, ma anche di latino, greco e materie tecniche: come lavorare il legno, il ferro…Chi vuole approfittare cominci a portare a livello di fluency il tedesco, poi faccia domanda di tirocino pagato in uno dei 16 Lander (1200 euro al mese per 18 mesi in Baviera). Superato l’esame finale sarà dichiarato assumibile.

Quali sono le figure professionali più richieste oggi in Europa?

Esperti di marketing su mercati globali, ingegneri, figure ‘hard’ della manifattura come saldatori, operatori di macchine a controllo numerico, l’area turistica da cuochi a organizzatori di eventi e il settore sociosanitario assorbe sempre di più soprattutto perché la popolazione invecchia. La disoccupazione giovanile è destinata a risolversi per … mancanza di giovani. In Italia nel 2020 ne mancheranno un milione  rispetto al 1990. In Germania al 2025 non ci sarà più disoccupazione.

Arriveremo al punto che in Europa  ci ruberemo i giovani?

Sì, tranne che Inghilterra che ha l’attrattiva della lingua e la Francia che non ha problemi di denatalità. Il rischio è che perdiamo professionalità che non torneranno più indietro. Ora è il momento di non perdere il know- how dei giovani. Se non c’è lavoro non teniamoli qui perché in 1-2 anni il loro know-how sparirà, mandiamoli all’estero a fare dei tirocini, anche per non demotivarli. Istituzioni e associazioni di categoria devono pensare almeno 5 anni avanti perché il lavoro tornerà, ma potremmo aver perso i giovani che dovranno prendersi cura della nostra economia.

E per chi vuole fare un’esperienza all’estero, magari solo per studiare la lingua?

Il volontariato all’estero è un’ottima opportunità, ci si può candidare per il servizio volontario europeo che copre le spese di viaggio, vitto e alloggio e offre anche un pocket money settimanale o quindicinale. Ma ci sono molte altre formule interessanti che vengono diffuse attraverso la nostra newsletter, basta iscriversi sul sito. In generale, finite le scuole superiori, è un’opportunità che consiglio ad ogni studente perchè consente di fare un’esperienza importantissima senza gravare sulla famiglia. Nel periodo all’estero ci si chiarisce le idee su cosa si vuol fare, si impara una lingua, si capisce come muoversi in un contesto multiculturale e si capitalizzano skills fondamentali per qualsiasi cosa si farà in futuro.

Eurocultura Vicenza lavora da 20 anni per spiegare quali sono le opportunità di lavoro e studio all’estero a tutte le età. In questo ambito è il soggetto privato con la tradizione più lunga in Italia. L’idea è nata nel 1993 da Ubaldo Alifuoco, allora segretario di Cgil Vicenza e Levi Bettin – oggi presidente di Eurocultura- insieme a Bernd Faas, career counselor berlinese. Eurocultura non è un’agenzia di collocamento, ma offre consulenza a soggetti privati e pubblici spiegando come si trova un impiego all’estero, come iscriversi in università straniere o inserirsi in stage aziendali oppure fare volontariato o viaggi-studio all’estero. Sul sito http://www.eurocultura.it/  si incrociano anche domande e offerte di lavoro. 

 Pubblicato su ‘Il Giornale di Vicenza’ il 27 settembre 2012, pag. 11

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